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T E L E S I O I N T E R L A N D I CONTRA JUDÆOS “ .. inviamo al sig. procuratore della repubblica i
testi “ L’avvocato Edoardo Longo professa l’ideologia
nazista”. “ L’avvocato Edoardo Longo è un neonazista”. Quando lessi un anno fa, per caso, che il libro di Telesio Interlandi contra Judaeos dopo la guerra era stato gettato al macero e mai più ristampato perché giudicato il testo più biecamente antisemita pubblicato in Italia durante il ‘bieco ventennio fascista’, decisi che ne avrei trovato una copia superstite e lo avrei fatto ristampare. A costo di farlo a mie spese, vista la penuria di editori coraggiosi esistenti in Italia. Ecco, ai lettori del web, il libro. Ho mantenuto la promessa. Il testo che segue è stato reperito fortunosamente in una sperduta biblioteca di provincia, mentre ammuffiva in uno scantinato. Grazie a un determinato e valido camerata, l’amico Giampaolo Speranza che qui ringrazio, lo abbiamo fotocopiato e digitato nella presente versione elettronica, affinché giri libero e veloce sulle imprendibili rotte del web, lontano dall ‘ Occhio Malefico della giudaica Polizia del Pensiero che sorveglia le case editrice. Vola , piccolo libretto mordace, vola libero come un vascello pirata, lungo le sterminate rotte della comunicazione del futuro, ancora non imbrigliata dalle catene della ‘democrazia’…
Il testo è nella versione integrale (l’ultima ) del . Da allora la maledizione di ZOG e la avidità degli editori italiani, ne hanno impedito ogni ristampa. Lorsignori, i Censori di Giuda, ora sono serviti.
2 La parola di Telesio Interlandi , contra Judaeos, ritorna a risuonare : alta, forte e libera.
Un solo rammarico : il testo superstite che ho rintracciato era incompleto : una mano adunca ne aveva strappato un paio di pagine, laddove l’Autore elencava le più ingombranti presenze ebraiche nel mondo accademico e universitario italiano. Purtroppo non ho potuto colmare lo sfregio ‘democratico’ e anche questa versione presenta la medesima lacuna. Il camerata che ha trovato la copia sfregiata pensa che con questo atto vandalico qualcuno avesse voluto nascondere agli occhi della gente la impressionante lista di ebrei che infestavano (infestano anche oggi, dopo la restaurazione democratica del 1945 ) la cultura italiana.
Queste brevi note si avviano alla conclusione. Avrei voluto scrivere un saggio introduttivo di analisi del pensiero maledetto di Telesio Interlandi, ma me ne è mancato il tempo, purtroppo : la dittatura democratica mi ha inchiodato al legno di quaranta processi penali a mio carico : atti di ritorsione giudiziaria criminale per il mio impegno culturale revisionista, aggressione scientifica ad orologeria che ha il preciso intento di fiaccare la mia determinazione intellettuale nel portare avanti la battaglia revisionista. In tale intento non ci sono riusciti, ma mi hanno tolto il tempo per poterlo fare, angustiato come sono a seguire il filo di circa quaranta autodifese…
Ma se sono costretto io al silenzio, sono però riuscito a far parlare al mio posto Teresio Interlandi, riportando alla luce questo libretto. E non sarà il solo testo scomparso che farò riaffiorare dagli abissi in cui è stato cancellato dalla protervia ebraica della Polizia del Pensiero.
Questa operazione di recupero dovrebbe divenire la parola d’ordine in ambito revisionista : è mia convinzione infatti che la dittatura del pensiero unico abbia un preciso progetto : quello di far sparire totalmente, cancellare da ogni libreria e da ogni biblioteca tutti i libri che corso della plurimillenaria cultura occidentale hanno attaccato il Giudeo. Salvare questi immensi patrimoni occidentali dalla nuova barbarie semita , come già i Monaci benedettini salvarono i classici dell’ antichità dalla barbarie medievale, è un compito primario ed essenziale. Impellente.
A chi non crede che la incipiente dittatura democratica in nome di Sion sia la nuova e conclusiva forma di totalitarismo chiedo : è conforme ai principi della cultura liberale occidentale il fatto che questo libro non sia più stato pubblicato dal 1945 e oggi sia riemerso dalla damnatio memoriae solo per un atto di ostinazione intellettuale controcorrente di un singolo cittadino ‘antisemita’ e perseguitato per le sue idee dalle Toghe di Giuda ?
Un sintomo impressionante della dittatura del pensiero unico e del ruolo di cane di guardia delle lobbies internazionali ebraico-mondialiste è dato dal documento che mi concerne, e che allego in appendice al presente volume : si tratta della denuncia dei servizi speciali di polizia nei confronti del sottoscritto . Denuncia dettata dalla filiale veneziana del Centro Wiesenthal . Denuncia poi trasmessa all’ Interpol e al Ministero degli Interni, nonché alla temutissima Toga Rossa , il pubblico ministero Felice Casson, attivissimo candidato della sinistra estrema a tutte le più recenti elezioni, supportato dal suo comitato elettorale di base (gli sprangatori assassini della ultrasinistra) e da suoi sponsors occulti (la lobby ebraica). Con tale denuncia, il Centro Wiesenthal mi dipinge come attivo intellettuale favorevole all’antisemitismo e autore di testi antisemiti diffusi soprattutto in Internet.
Leggete : dopo tale denuncia, i servizi investigativi speciali della polizia di stato hanno provveduto a bonificare da eventuali ordigni esplosivi la sala in cui alcuni giorni dopo si doveva tenere il convegno del Centro Wiesenthal sui Protocolli dei Savi anziani di Sion.
Tutto questo bailamme poliziesco per cosa ? Cosa avevo mai fatto per allertare i servizi d sicurezza dello Stato su ordine degli ebrei del centro Wiesenthal e dei loro caudatari veneziani ? Avevo dato fuoco a una Sinagoga ? Avevo scorticato vivo il Gran Rabbino di Venezia ?
3 Macchè ! Nulla di così tragico ! Avevo semplicemente telefonato alla segreteria di tale Convegno Sionista per chiedere se era possibile partecipare come ascoltatore e avere copia degli atti del convegno stesso, pubblicizzato su tutti i giornali ! La risposta è arrivata tramite Polizia….. Nel Nuovo Mondo Globale Giudaizzato è vietato pensare … E le Toghe di Giuda sorvegliano…. Provate dunque a immaginare cosa sarebbe successo se io, e non il camerata Speranza, mi fossi recato personalmente alla biblioteca a chiedere una copia del testo Contra Judaeos….come minimo il palazzo sarebbe stato circondato dalle Teste di Cuoio dei carabinieri , con tanto di cani mastini ringhianti, fino alla ‘resa’ ( = rinuncia a chiedere in lettura il libro..) del pericoloso eversore bruno….. Altro che Orwelll... riuscite a focalizzare in quale tirannia viviamo ? Quale futuro ci attende come sudditi di Giuda ? Non sono così riuscito ad esporre le mie considerazioni sul pensiero di Telesio Interlandi, nel fausto giorno (fausto per tutti gli uomini liberi e non per i sudditi di Giuda ..) in cui il suo Contra Judaeos emerge da un oblio , una damnatio memoriae , durato oltre sessant’anni…più di così non sono riuscito a fare. Mi sono permesso di aggiungere solo una Appendice in cui ho collocato un dossier sulla mia vicenda giudiziaria il documento della Digos di Venezia, e una recensione del mio libro Il coltello di Shylock. Vicende di ordinaria repressione giudaica. Ora tocca a te, lettore telematico : leggi questo libro elettronico, fallo girare sulle imprendibili ali del web, collocalo nella biblioteca di siti liberi e coraggiosi : dalla tua tastiera potrai far echeggiare ancora la libera e potente parola di un grande Occidentale : Telesio Interlandi : Pordenone, Italia, lunedì 27 marzo 2006. Edoardo Longo Per contatti : avvocato Edoardo Longo, viale della Libertà, 27, 33170 Pordenone, ITALIA email : longo.e@libero.it 4 PREAMBOLO Faccio della polemica giornalistica lo stesso conto che il nuotatore fa dell'elemento in cui si muove: egli se ne getta alle spalle una bracciata dopo l'altra, avanzando; e che cos'è l'acqua che egli si lascia alle spalle? Tale è la polemica giornalistica che è servita a vincere una determinata battaglia, ed ora è alle nostre spalle, come un'acqua immota. Eppure è quell’elemento che ci ha sostenuti, resistendoci, e ci ha permesso di raggiungere la meta prefissa. Questi capitoli che qui l'accolgono -in un primo volume d'una « Biblioteca» che ha più alte ambizioni e avrà meno modesti autori - contengono appunto, in una opportuna rielaborazione, la materia già trattata durante la polemica giornalistica durata dal 1934 a ieri per la identificazione del pericolo ebraico e per la difesa della Razza italiana. Il lettore che mi conosce sa già che voce clamante nel deserto dell'indifferenza -il mio giornale obbediva a un preciso disegno del Duce, fondatore prima che dell'Impero, della coscienza imperiale del popolo italiano. La necessità d'un razzismo nostro, e - come presupposto ad esso -la indispensabile e definitiva separazione dell’elemento giudaico dalla vita nostra, già per troppo tempo inquinata da una infiltrazione venefica, sono stati i due motivi dominanti della mia diuturna polemica. La quale viene ora consegnata in queste pagine soltanto per un modesto fine di documentazione. Desidero che in avvenire si abbia un'idea quanto più esatta dello svolgimento d'una battaglia che ai migliori fascisti appare decisiva per la liberazione dell’ ltalia dal pervertimento giudaico. T. I. 5 DIFESA DELLA RAZZA Nel non molto vecchio libro di Muret, « Il crepuscolo delle nazioni bianche», è citato con intenzione un pensiero di Léon Bloy, questo: « I domestici che diventano padroni e i padroni che diventano domestici; ecco il segreto dell'evoluzione storica in tutti i secoli». Sarà un segreto, nessuno vuol dubitarne; ma né l'ora del crepuscolo, né il momento di cangiarsi in domestici, sono venuti per gli Italiani. La necessità, anzi, di riaffermarsi dominatori nello splendore d'una rinata volontà d'impero, caratterizza la fase fascista della storia della nazione italiana. Ecco il senso della legislazione sui rapporti fra nazionali e indigeni nei territori dell'Impero. Difesa della razza, sì, ma anche esaltazione della razza e riaffermazione della sua missione nel mondo. La dignità civica vuole esser difesa soltanto dalle insidie dell'animalità e dalla superficialità di pochi ignoranti, incapaci di spingere lo sguardo al di là della propria generazione; ma la dignità civica dell'Italiano, è il suo titolo di civiltà. La storia di tutte le conquiste insegna quale danno ha portato ai conquistatori e ai conquistati la confusione del sangue attraverso una promiscuità sessuale che la scienza condanna come la via più agevole per la degenerazione dei tipi umani. L'apparizione dei meticci, dei mulatti e dei zambos, dagli incroci tra indiani e bianchi, tra bianchi e neri e tra neri e indiani costituisce un punto scuro della storia dell'umanità. Le osservazioni scientifiche più accurate sono concordi, oramai, nell'affermare che l'evoluzione delle razze per incrocio si compie in senso “disgenico”: i tipi superiori sono assorbiti dai tipi inferiori. Ecco dunque apparire le leggi di difesa delle razze minacciate dalla promiscuità sessuale; eccole perfino nella liberalissima America del Nord, dove esiste una legge « di salvaguardia per la purezza della razza bianca». La Virginia, che ha adottato questa legge, è lo stato americano più minacciato dalla degenerazione razzistica dovuta alla confusione sessuale tra bianchi e neri. La legge italiana è dovuta non a sfiducia nel senso di responsabilità e di decoro razzistico degli elementi inviati a colonizzare le nuove terre d'Africa, ma alla necessità di provvedere in senso razzistico a una situazione eccezionale. Male ha fatto qualcuno a stabilire una capziosa distinzione fra relazione « d'indole coniugale », cioè extra-matrimoniale, e relazioni propriamente coniugale, quasi che il matrimonio con gente di colore possa considerarsi tradimento minore per la salute della razza e per la dignità civica cui la legge stessa accenna. In confronto al cosiddetto « madamismo », il matrimonio con gente di colore è una mostruosa perversione che non sarà mai più permessa. Il Governo fascista, inspirato da Mussolini, provvede a creare l'Impero parallelamente nella coscienza dei cittadini italiani e nella realtà geografica e storica. Bisognerebbe non avere il senso dell'avvenire per non avvertire la superba bellezza di questa gelosa difesa della razza per la quale si è conquistato un Impero, dopo averle ridato una fede. 6
IL METICCIATO DISSIDENTE
C'è stata, in Italia, in questi ultimi tempi, una vera e propria insurrezione intellettualistica contro la parola « razzismo » e contro coloro che lavorano a definir quella parola e ad approfondirne il senso e la portata. E' strano che una parola e un pugno di uomini, per non dire un uomo, siano capaci di suscitare tanta irritazione. Contrariamente alle abitudini della casa, abbiamo temporeggiato, prima di scendere in campo con i sistemi appropriati alla bisogna, con la speranza che il fumo delle chiacchiere e delle banalità durasse poco e lasciasse presto sgombro il campo per una alta, utile, disinteressata e intelligente discussione. Non amiamo i fatti personali; e, nella circostanza, non esistevano fatti personali . Abbiamo dunque pazientemente atteso che s'arrivasse al nocciolo della questione. A questo nocciolo non si è arrivati né si poteva arrivare, come dimostreremo; ma avendo l’insurrezione assunto forme tali da poter danneggiare l’educazione del paese influire perniciosamente sugli orientamenti necessari alla cultura italiana, così tartassata da coloro che abusano della penna e dell'invenzione della stampa abbiamo creduto opportuno di mettere, una volta per tutte, le cose e gli uomini in chiaro; e lo facciamo. La storia è questa. Un uomo, un gruppo d'uomini, un giornale, un paio di giornali cominciano a discutere di razzismo. Che cos' è il razzismo? Non affliggeremo il lettore parlandogli di Gobineau, di Chamberlain, di Rosenberg, o del Santo Padre che nella Enciclica all'Episcopato germanico concede il suo posto alla Razza, combattendone la divinizzazione. Qui si tratta d'altro. Si tratta di un popolo, come l'Italia, che avviato a una politica imperiale, cioè a una politica d'espansione oltre i suoi confini nazionali, ricerca in se -e trova, e li fa trovare e riconoscere, anche con la forza, a quei pochi che non sapessero o volessero trovarli - gli attributi e le qualità e le idealità e le aspirazioni che ne fanno una razza, completamente differenziata dalle altre e gelosa delle sue differenze, che sono da opporre, civilmente e fermamente, alle razze che si muovono, al suo fianco, in un'orbita di civiltà ben definita. Per questa ricerca e per la conseguente affermazione, in un paese come il nostro su cui tre secoli di servitù hanno lasciato tracce non indifferenti e hanno provocato, specie in taluni ambienti cosiddetti intellettualistici, un curioso “complesso d'inferiorità” che ha come risultato il dubbio e la sfiducia nelle qualità nazionali, e che trova il suo alibi in una vaga indefinibile aspirazione alla universalità o in una affermazione tutta retorica e letteraria di romanità senza radici; per questa affermazione di valori di razza, era necessaria una impostazione dottrinaria e scientifica del problema, con un minimo di parole e un massimo di decisione. Noi ci siamo presi la briga di impostare il problema, certamente non senza prima aver capito, e nettamente capito, che l‘impresa rispondeva a un orientamento della Intelligenza che muove e indirizza felicemente, da più d'un trentennio, le cose d’Italia, conducendo il popolo italiano, con decisioni eroiche spesso contrastate dalla parte meschina e bastarda del paese, alla neutralità - come posizione spirituale - all'Impero. Noi pensavamo di ricostruire, attraverso una discussione di sapore scientifico e fondatamente scientifica, i lineamenti dell’Italia che Mussolini ha fatto marciare, dal 1915 al 1936, dall'Intervento all'Impero, e fa ancora marciare verso più alti e più eroici destini. Ricostruzione, identificazione o riconoscimento e impostazione di caratteri spesso vaghi e vagamente conosciuti, si presentavano tanto più necessari in quanto, nel lungo corso dell'affermazione imperiale dell'Italia mussoliniana, gli sfasamenti, le debolezze, le confusioni, le contraddizioni, i disorientamenti non erano mancati; e avevamo dovuto anche denunciarli, quando il tacerli per carità di patria o per occasionale necessità non era stato assolutamente possibile. Chiarire agli Italiani che la diversità delle razze è un dato scientifico; che la definizione di “razza 7
inferiore” non è affermazione polemica e gratuita, è constatazione scientifica e storica, poiché si dimostra, storia alla mano, che una antichissima razza come quella nera non ha mai saputo produrre nulla che sia possibile, non che opporre, confrontare, avvicinare alle realizzazioni della razza bianca; che quella razza, capacissima per altro d'impadronirsi di ogni ritrovato tecnico della civiltà meccanica da altre razze elaborato, di tali razze è incapace di assimilare lo spirito, di raggiungere l'altezza intellettuale, di interpretare le necessità: questo era nostro desiderio. Lo abbiamo già scritto; un minimo di razzismo, intanto, cioè il razzismo per l'ignorante; e, di seguito, un razzismo per persone colte, ma non tanto, per patrioti, ma non tanto, per civili, ma non tanto, per fascisti, ma non tanto, per imperialisti, ma senza convinzione e, soprattutto, senza coraggio. L’Italia intellettualistica è infetta di dottrine universalistiche, di retorica, di sentimentalismo; ed è malata di “misura“. Ora è bene che sia detto, passando, e una volta per tutte, che con la misura si fa ogni cosa meno che una rivoluzione e un impero; che la misura è il metro spirituale dei mediocri e dei popoli che decadono per difetto di dinamismo. La misura (quella tal misura che noi denunciamo) mancò a Romolo quando punì Remo, come mancò a Cesare quando passò il Rubicone, come parve mancasse all'Italia quando s'alzò “in piedi” contro cinquantadue nazioni. Ed eccoci agli scritti sul Razzismo. Nulla di strano e nulla di eccezionale. Perché mai contro una discussione giornalistica, contro una esposizione di dottrina politica si è levata l'insurrezione di tanta gente che scrive nei settimanali, anche inspirati? Qui il punto è oscuro; ma noi lo chiariremo agevolmente. Si tratta, come abbiamo detto, d'una impresa - concordata - del meticciato intellettuale che esiste in Italia ed ha vaste braccia. Che cos'è il meticciato intellettuale? E' il complesso, eterogeneo per la sua stessa origine, di quegli elementi intellettuali o sedicenti tali che non hanno e non possono avere radici nella nazione italiana, che non sentono vincoli se non intellettualistici, cioè essenzialmente formali, con la nazione italiana, che non ammettono né ammetteranno mai vincoli infrangibili. La questione non è soltanto di cultura; è essenzialmente -ecco il punto -di sangue. Si tratta di ebrei, o di mezzi ebrei, o di ebrei camuffati da cristiani (qui la religione non c'entra, ma serve negli interessati come mascheratura della loro condizione di sangue) o di quarti di ebrei; o di italiani sposati ad ebree, di ebree che hanno un marito, e quindi un nome, italiano. Tutta questa gente che è molta, in Italia, più di quanto non si pensi, ed è intelligente, di quella intelligenza pratica della razza cui appartiene, ha fiutato un pericolo. Ha intuito che una campagna razzistica non poteva esser campata in aria; aveva un senso; poteva avere uno sbocco. Questa gente si è chiesta se, a un dato momento, e per necessità superiori e « imperiali», una politica razzistica, cioè una politica di difesa e di potenziamento della razza, non potesse diventare una politica di “pulizia della razza”, anche attraverso provvidenze legislative. Aveva visto che Mussolini non scherzava con la tendenza a scivolare nelle braccia d'una razza inferiore; che Mussolini difendeva, contro la superficialità e l'innocenza di coloro che farebbero «tutta una famiglia» perfino coi Boscimani, anche a mezzo del carcere, la dignità il decoro e le qualità fisiche della razza; ed emanava il divieto del madamismo, piaga dell'Italia di ieri, così deliziosamente e criminalmente atta a insabbiarsi. Poteva dunque temere, questa gente, che una politica di razza finisse con l'obbligare l'Italia a guardarsi nello specchio e a riscontrarsi parecchi nei. In sostanza questa gente è insorta per difendere una posizione, la propria o la posizione dei padroni che la muovono, e insieme tutte le posizioni acquistate, che potrebbero pericolare in un domani non troppo lontano. Il lettore non crederà che noi fabbrichiamo dei fantasmi per combatterli; non è nostra abitudine e abbiamo già parecchio da fare con gli uomini per battagliare anche con i fantasmi. La realtà, alla luce della statistica, è che in Italia – ove l’esigua quantità di ebrei (circa 70 mila su 43 milioni di abitanti) potrebbe far considerare trascurabile la questione ebraica - sulle 6.000 persone notevoli nel campo dell'intelligenza elencate nel « Piccolo Dizionario dei contemporanei italiani» del De Gubernatis, 125 sono israelite; e il Livi - nel suo libro sugli “Ebrei e 8
la statistica “, pubblicato nel 1920 - rileva: “appena 17,9 sopra 100.000 abitanti pei Cristiani, ben 292,7 per gli Ebrei; una frequenza 16 volte più grande in confronto di quella dei Cristiani”! Il Livi continua: “La notevolissima superiorità numerica -con due ben comprensibili eccezioni per la nobiltà e il clero - risulta ancora più forte tra gli uomini politici, i giuristi, gli economisti, i medici, i matematici, i letterati, i pubblicisti... “. E ancora appresso, il Livi (il cui studio meriterebbe d'essere aggiornato e certo risulterebbe oggi più istruttivo) stabilisce un quadro statistico dal quale, avendo ridotto a mille il numero complessivo degli Ebrei o Cristiani notevoli, risulta che contro « 249 letterati, filosofi, storici, poeti, giornalisti, e pubblicisti Cristiani stanno 416 Ebrei; contro 48 giuristi avvocati e magistrati Cristiani, gli Ebrei sono 128; e gli uomini politici Ebrei sono 136 contro 62 Cristiani. Queste cifre, lo abbiamo detto, sono dell'Italia di ieri; ma ci mancano i dati per poter dire che siano migliorate. In ogni modo, esse stanno a dimostrare che è falso e forse certamente diffuso il giudizio sulla trascurabilità del problema ebraico in Italia, data la trascurabile percentuale degli Ebrei nella popolazione italiana. La percentuale non bisogna stabilirla in cifre assolute, ma relativamente ai vari settori dell'attività nazionale; nel caso nostro, relativamente alle attività dette intellettualistiche. Ebbene, noi diciamo che l'insurrezione contro il Razzismo e contro un'eventuale politica di razza è una insurrezione di « meticci »; di ebrei o di mezzo-ebrei, o di gente al servizio degli ebrei. Non facciamo nomi, perché i fatti personali sono esclusi dalla nostra azione, salvo che qualcuno non li cerchi; ma se il lettore ha voglia di farsi un'idea di ciò che è successo s'informi e vedrà che non abbiamo torto. Ma deve informarsi bene; deve conoscere in quali zone della geografia e in quali zone della cultura gli ebrei hanno il sopravvento; e quali sono gli ebrei camuffati da cristiani, e quali i cristiani che hanno una metà del sangue ebraico e quali ne hanno un quarto e quelli che poi non sono né cristiani né ebrei ma frutti di curiosi incroci di razze varie. Come spiegare, se non con un difetto di purezza nel sangue, un certo atteggiamento intellettualistico di fronda o di opposizione esclusivamente orale o addirittura di tradimento, che elementi normalmente circolanti nel nostro mondo intellettualistico, ancora oggi, nell'Anno XVI, ostentano? Si potrebbero ancora una volta fare dei nomi; e si tratterebbe di gente che con la purezza della razza, e quindi col razzismo, non ha nulla a che vedere né vuole avere, naturalmente, a che fare. Questa gente nel migliore dei casi, cioè nel caso della maggiore furbizia, vorrebbe almeno che si sostituisse alla parola “razza” quella, meno impegnativa e più letteraria, di “stirpe”; che si facesse dell'imperialismo sì, ma “spirituale”; che si sentisse la “romanità”, ma attraverso la poesia, non attraverso la politica, attraverso le rovine del passato, non per mezzo delle imprese del presente. Questi sono gli intellettuali privi di radici nella loro terra, vaganti a mezz'aria tra una culturetta francese d'accatto e un europeismo di natali democratici. Un bel giorno se ne vede qualcuno varcare la frontiera e imbrancarsi nei Comitati di vigilanza intellettuale antifascista, o nei gruppi internazionalisti comunisteggianti; Rolland è il loro dio e se ne fanno, con straordinario zelo di novizi, i chierici. Essi, alla fine, non tradiscono nulla, perché l'Italia mussoliniana non è il loro paese; essi vi sono ospitati, e a volte in perfetta buona fede credono che il destino dell'Italia debba essere conforme al loro meschino destino, e quello che oggi accade non sia che una parentesi. Certo, ci sono le eccezioni. Le eccezioni formate da quei giovani che, appunto, la confusione creata dal meticciato intellettuale trascina in polemiche più alte di loro; da quei giovani che hanno il gusto di opporsi a qualche cosa pur di apparire originali, pur di trovare argomento a polemica. Questo non nuoce, se non per la parte che è dovuta alla confusione. I giovani che non hanno chiaro il concetto delle necessità imperiali e razzistiche della nuova Italia, i giovani che si illudono di reggere, domani, il terribile peso della gloria conquistata all'Italia da Mussolini fondandosi su formule letterarie o su 9
sentimentalismi debilitanti, ripugnando alla concezione dinamica che della nostra storia dobbiamo avere, questi giovani lavorano alla loro propria disgrazia. Essi si troveranno impreparati o mal preparati al compito che li aspetta. Non basta essersi battuti per l'Impero; occorre sapersi battere, nel campo della cultura, per rendersi capaci di ereditare un Impero. Bisogna dunque cominciare con l'essere spietati verso se stessi e castigarsi nelle debolezze dello spirito per raggiungere quella purità di razza e quella incandescenza di sangue che Mussolini raffigura e che ha alzato nuovamente nella storia il nome d'Italia, anche e sopralutto con dignità biologica. 10
COSI’ PARLO’ IL RABBINO
Esiste tuttora un “sionismo” in Italia? Questa domanda suonerebbe ingenua, sol che si ricordassero le lunghe e vivacissime polemiche condotte in Italia, sui giornali fascisti – e in prima linea sul Tevere – dagli stessi ebrei italiani fin dal 1934, cioè fin dal tempo in cui più arrogante si fece la propaganda sionistica nel nostro paese. Ci fu allora una vera e propria insurrezione di ebrei contro il sionismo, definito contrario agli interessi della nazione italiana e tale da riproporre, in termini assolutamente drammatici, la terribile questione dell’assimilazione dell’elemento ebraico. I più astuti fra gli ebrei d’Italia furono pronti a gettare alle ortiche l’abito sionistico per non suscitare sospetti e per guadagnare con pochissima spesa un certificato di buona condotta nazionale. Ma queste polemiche sono ormai lontane nel tempo. La labile memoria di alcuni e l’astuzia degli altri hanno disteso un velo sul movimento sionistico tra gli ebrei italiani. Di modo che la domanda: c’è del sionismo in Italia? apparirà inopportuna, intempestiva e forse anche ingiuriosa. Non fu proclamato infatti che gli ebrei d’Italia non hanno altra patria all’infuori della patria italiana, né altro amor di patria che l’amore per la patria italiana? Ma qual è, di grazia, il più autorevole rappresentante del pensiero ebraico, in Italia, e l’indiscutibile interprete delle aspirazioni ebraiche? Non è forse il Rabbino Capo, la più alta e venerata personalità delle comunità ebraiche italiane? Il Rabbino Capo, o grande Rabbino, religioso che non disdegna l’attività politica avendo fondato, anni or sono, ad Alessandria d’Egitto dove risiedeva, una rivista politica di studi ebraici (rivista alla quale non di rado noi abbiamo attinto per illustrare l’attività politica degli ebrei), il Rabbino Capo Davide Prato ha avuto la bontà di prevenire la domanda che oggi potrà apparire inopportuna, trattando del sionismo in un lungo discorso pronunciato a Budapest, sotto gli auspici di quella Associazione Pro Palestina. Il discorso è pubblicato nella rivista “ Mult ès Jövo” cioè Passato ed Avvenire, organo ufficiale del movimento sionista (redazione: Budapest-Vienna-Tel Aviv). Che cosa dice questo discorso? La rivista presenta intanto il Rabbino con queste parole: “Il grande Rabbino dell’Impero Italiano è da decenni entusiastico fautore dell’idea della ricostruzione della Palestina”. Il che vuol dire che il capo religioso degli ebrei d’Italia è, non da oggi, fervente sionista. Noi lo sapevamo, molti non lo sapevano, alcuni lo hanno dimenticato. Ma ecco un’antologia del pensiero sionistico del grande sacerdote. Anzitutto, l’assunzione di Herzl, agitatore sionista, nel cielo dei profeti d’Israele: “Sono trascorsi 40 anni da quando l’ultimo profeta Herzl, nato in questa città, aprì il primo congresso sionista, a Basilea. 40 anni? Sembrano i 40 anni della migrazione attraverso il deserto. Ma che cosa abbiamo fatto durante 40 anni? Se facciamo i conti con noi stessi, possiamo forse dire che abbiamo molto agito. Ma se consideriamo le possibilità che ci sono state offerte dobbiamo dire: non abbiamo fatto nulla! Se chiediamo a noi stessi se abbiamo seguito la parola del profeta, se abbiamo fatto il nostro dovere, la risposta è opprimente. Chi ha prestato ascolto all’appello di Herzl? Solo i poveri, solo gli idealisti. I ricchi si sono rivoltati a Lui con ironia e gli sono passati accanto con muta indifferenza”. Poi la questione territoriale che dà la necessaria concretezza al sionismo: “Il grande sogno della rinascita ebraica è limitato dentro le strettissime frontiere che oggi ci sono offerte; ciò può essere doloroso, ma non è decisivo. Che sa che cosa nasconde l’avvenire? Ma in ogni caso dobbiamo definire incomprensibile il fatto che ora questa limitazione delle frontiere è discussa 11 nella maniera più vivace proprio da color che non erano disposti ad alcun sacrificio per la ricostruzione della Palestina, da coloro che avevano saputo unicamente ostacolare e non avevano voluto aiutare, da coloro che sarebbero contrari allo Stato ebraico anche se le frontiere prendessero tutta la Terra Santa storica, sulle due rive del Giordano. Essi o per falsi timori o per equivoco, sono ugualmente contrari alla piccola grande Palestina”. Poi ancora, la definizione del sionismo come Stato ebraico, da differenziarsi nettamente dalle nazioni ove gli ebrei attualmente vivono: “Uno Stato ebraico può essere tale soltanto se dominato dalla lingua ebraica, dalla cultura ebraica, da leggi ebraiche. Proprio come in Italia dove esistono una lingua italiana, una tradizione italiana, una legge italiana; e come in Ungheria”. Segue una efficacissima formula che definisce in termini ebraici le cosiddette patrie d’adozione, le quali sono letteralmente “i luoghi dove l’ebreo si trova”: “Chi vuole andare in Terra Santa con l’intenzione di non rispettare il sabato, rimanga pure dove si trova, anche a costo di andare in rovina”. Viene appresso un pizzico d’orgoglio: “Noi non andiamo in Palestina per cercare un nuovo ghetto o per trapiantare laggiù i vari ghetti delle comunità disperse. Noi vi andiamo per rinnovare la nostra cultura, la nostra lingua, la nostra anima”. E poi preziose confessioni di questo genere: “Noi ebrei andiamo sempre contro corrente. Dobbiamo fare dei sacrifici ora che si tratta, dopo duemila anni, di ricostruire la Terra Santa. La Palestina è la catena che lega gli ebrei dispersi nel mondo. Anch’io ho un figlio fra i costruttori dello spirito a Tel Aviv”. E, a questo punto, un’audace interpretazione politica dei testi sacri, veramente degna della leggendaria accortezza ebraica: “Tra i dieci comandamenti è scolpito il Verbo: “Rispetta il padre e la madre”. Nessun contrasto esiste in questo comandamento. Dobbiamo rispettare il padre, cioè il paese al quale è legato il nostro destino, ma nel medesimo tempo non dobbiamo dimenticare la madre lontana che ci attende: EREZ ISRAEL”. Infine, l’affermazione categorica che di assimilazione non è il caso di parlare; gli ebrei vogliono restare ebrei, contrariamente alle favole interessate che si son fatte circolare in Italia, di tanto in tanto: “Questa ricostruzione interiore rappresenta la rinascita ebraica che ha portato a una nuova coscienza, al posto della tendenza all’assimilazione”. Ecco l’antologia sionistica del Rabbino Capo d’Italia, Davide Prato, alla quale naturalmente attingeranno tutti gli ebrei d’Italia, ogni qual volta si troveranno esitanti di fronte a Sion. Tanto più che il venerabile sacerdote assicura i suoi fedeli, nello stesso discorso, che “il sublime governo sotto il cui dominio gli ebrei vivono in Italia garantisce il diritto di partecipare ai problemi universali dell’ebraismo e, quindi, naturalmente, anche all’opera per la restaurazione della Terra Santa”. (Quel quindi e quel naturalmente sono di una naturalezza tutta ebraica; e meriterebbero, in lingua italiana, una dimostrazione almeno per assurdo). Il sionismo dunque esiste in Italia, e il Rabbino Prato ne è l’assertore; così come esisteva ieri, sotto altri rabbini e con altri agitatori e propagandisti. Si tratta ora di vedere se il padre putativo cioè la patria italiana, intende a lungo dividere con la madre, cioè Sion, il curioso amore di questi non richiesti figli, essendo stata pronunciata solennemente e da tempo la separazione di corpi, di beni e di interessi fra italianità e sionismo. Il primo rispetto da usare a un padre, è quello di non approfittarne fuor di misura. 12
UNA MANOVRA IN MASCHERA
Si è saputo – per la felice indiscrezione di un giornale di Vienna – che l’ammiragliato britannico ha un suo piano per l’annessione, “al momento opportuno”, della Palestina. La sorpresa per tanta disinvoltura non è poca in Europa; ma occorre dire subito che l’Europa vuole sorprendersi mentre, se fosse meno distratta, potrebbe risparmiarsi le maggiori emozioni. Infatti. Dell’annessione pura e semplice della Palestina, come terra promessa, ha già parlato il Times. Come il lettore vedrà, si tratta di una tesi religiosa e lievemente romanzesca alla quale si affida il compito di rimuovere ogni ostacolo logico alla presa di possesso della Palestina. Il Times dice che, non esistendo dubbi sull’identificazione degli anglosassoni col popolo di Israele, la Palestina, come Terra promessa del regno di Israele, non spetta né agli Ebrei né agli Arabi, ma deve essere annessa alla Gran Bretagna. Leggere per credere. Leggendo, si scopre ancora dell’altro, e del più gustoso. Si legge, ad esempio, che il trono britannico non è che la continuazione moderna del trono di Davide. Si legge che l’occupazione di Gerusalemme da parte degli inglesi durante la guerra mondiale dimostra che gli inglesi sono il popolo di Israele, giacché, non essendo crollate le mura della città santa all’ingresso dei Gentili – come i profeti predicono – vuol dire che gli inglesi non sono Gentili, sono il popolo di Israele. Che cosa non si legge, sul Times, che non faccia trasecolare un galantuomo? Si apprende che sassone (anglo-sassone) viene da Isacco; vale a dire che non solo gli inglesi, ma tutti i popoli anglo-sassoni (l’America è chiaramente indicata) sono progenitura di Isacco, figlio di Abramo, capostipite di Israele. Ma dove ha preso, il Times, tutte queste straordinarie notizie? Da una pubblicazione anglicana, alla quale appunto si riferisce, intitolata “Il Messaggio nazionale ai popoli britannico e anglosassoni”. Tale pubblicazione, che si fregia di simboli biblici ed ebraici, di bandiere, di troni, di piramidi e di trombe, ha il compito di divulgare nel mondo anglo-sassone la convinzione, suffragata da citazioni e da grafici, che Israele è oggi la Gran Bretagna; e che, poiché Israele, per volontà suprema, è chiamato ad esercitare un’egemonia sul mondo, l’egemonia britannica, o anglo-sassone, è legittima e di origine divina. Vogliamo percorrere lo stravagante itinerario di questi inglesi tutt’altro che stravaganti? Abramo ha un figlio dalla sua schiava Agar, e questi, Ismaele, è il capostipite del Arabi (razza, dunque, di schiavi; gente illegittima). Ma poi ha un figlio da sua moglie Sara, e questi è Isacco, generatore di tutte le tribù d’Israele. E infine ha un’altra moglie, Cetura, dalla quale ha ancora una discendenza: i Bramini (?). ma le tribù di Israele si differenziano fra loro. Altro è la tribù di Giuda – alla quale appartengono i giudei o gli Ebrei propriamente detti – altro sono le 10 tribù elette. Queste tribù emigrarono per tutta l’Europa e finirono nelle isole britanniche. I figli di Isacco (Isacson, Sassoni), sono il popolo di Israele al quale Javhè ha promesso il dominio del mondo; il trono britannico è il trono di Davide; il Commonwealth inglese non è che la riunione delle tribù elette sparsesi per il mondo (ricordatevi che i Bramini sono figli di Abramo e l’India attuale è dunque giustamente caduta nelle mani degli inglesi); la dominazione del mondo è della Gran Bretagna per volere divino; la Palestina è inglese per destinazione profetica. Si vorrebbe ridere, ma non si può. Il “messaggio” è lardellato di adesioni firmate da altissime personalità britanniche e americane appartenenti specialmente all’alto clero anglicano; l’identificazione del Regno di Israele col Regno Unito e coi popoli anglo-sassoni è esaltata come una vera e propria scoperta. Il carnevale impazza per le vie del mondo anglo-sassone. 13 Ma è un carnevale, o una manovra in maschera? Gli inglesi sanno quel che fanno. Questa stravagante pagina va di pari passo con le istruzioni dell’Ammiragliato. L’Ammiragliato vuole il possesso diretto della Palestina, e la chiesa anglicana dà il suo contributo esoterico all’impresa. Si sa quanto i popoli anglo-sassoni siano sensibili a tutto ciò che odora di Bibbia; ecco la Bibbia al servizio dell’Imperialismo britannico. Si tratta di riparare all’errore commesso sposando la causa degli Ebrei con quella britannica. E l’impresa risulta facile; in primo luogo, per la straordinaria docilità dell’inglese a trangugiare le storie più stupide; in secondo luogo, perché – come tutti sanno – gli Israeliti dominano la vita politica dell’Impero inglese; i ministri ebrei non si contano; i finanzieri ebrei dominano la vita economica del paese; il giornalismo è infeudato agli ebrei. E al centro dell’Impero non c’è un ebreo: Disraeli? “Mia è tutta la terra” – dice la legge ebraica; ed è la divisa attuale dell’imperialismo inglese. Ma o in nome di Israele o in nome dell’Ammiragliato britannico, la pretesa britannica è inaccettabile. I popoli liberi non si arrenderanno alle Tribù d’Israele; né alle vere né alle false. 14
ISRAELE BRITANNICO SERVO DI DIO
Ed ecco più precise notizie di “British-Israel”. Ci eravamo sbagliati; non si tratta affatto di un carnevale in anticipo né di manovre imperialistiche; si tratta precisamente della volontà di Dio – che noi precisamente sconoscevamo1 – e della felice sintesi – anche questa prodottasi a nostra insaputa – tra la Croce e la Stella di David. Ricapitoliamo, seguendo le lapidarie formule di “British Israel”. Sono gli ebrei il popolo eletto? Certo. Secondo Matteo, 21-43, fu il regno di Dio preso dagli ebrei e dato a una nazione? Questo è meno certo, almeno nel senso letterale delle parole. Non di meno, la Gran Bretagna è la nazione serva di Dio; e, in conseguenza, gli Inglesi sono il popolo d’Israele differenziato dagli Ebrei. Conclusione: Britannia è Israele. Se il ragionamento non fila alla perfezione, la colpa, naturalmente, non è nostra: è del bollettino di “British-Israel”. Le affermazioni sono sue; l’uso coraggioso della Bibbia e del Vangelo è suo. Ma questo ha poca importanza; giacché nella storia, d’identificazioni un poco audaci sul genere di questa storia si sono spesso avute; da quel cittadino francese che si credette Imperatore del Sahara, e ne morì, agli indigeni della Liberia che, tra una compera e una vendita di schiavi, si credono tutt’ora i rappresentanti in terra della Libertà umana. Ciò che ha importanza è l’esistenza in sé di un movimento di origine spirituale, fondato non soltanto sulla Bibbia ma anche sulla religione di Cristo abilmente adulterata, volto a dimostrare il diritto britannico di dominare e governare gli altri popoli, tutti gli altri popoli. Dice a un certo punto lo scritto che risponde alle nostre riserve: “E’ facile mettere in ridicolo la teoria (sic) secondo cui il popolo britannico è il popolo d’Israele….ma non è facile altrettanto negare la forza del fatto che la razza Anglo- Sassone è eletta ad adempire una missione per il bene di tutte le genti del genere umano. Il ruolo di popolo eletto non è un carnevale, ma rappresenta un’alta responsabilità e una umile dedizione al più alto degli ideali”. Come si vede, qui comincia a far capolino il fanatismo britannico e un suo particolare profano missionarismo. Su queste molle agisce, sicuro del fatto suo, il “British-Israel”. E se noi tentiamo di mantenere questo bizzarro movimento nei confronti apparenti di una setta religiosa, il suo fondo politico viene subito a galla. “E’ una maliziosa falsità che la Bibbia venga usata come strumento al servizio dell’imperialismo britannico. L’imperialismo britannico adempie inconsciamente le profezie della Bibbia, ed è nostro destino quello di recitare questa parte malgrado noi stessi…..”. Vale a dire che gli Inglesi sono mondi di ogni peccato di voradicità e di egoismo, essendo i ciechi strumenti di una politica divina. Anzi, a questo proposito, “British-Israel” deplora la cecità degli Inglesi, e la sordità della Chiesa Anglicana la quale non ha ancora trangugiato l’identificazione di Cristo con Israele. “Come popolo, noi abbiamo costruito un Impero malgrado noi stessi. Sotto la mano di Dio che ci ha guidati, l’Impero è stato il lavoro di un popolo, non a causa della lungimirante saggezza degli uomini di Stato nazionali, ma malgrado questa. Il “British-Israel” non ricerca il patrocinio di forze occulte. Né c’è posto per orgoglio nazionale (sic) né per arroganza razziale (resic) nella concezione di “British-Israel”!..... E’ un linguaggio che assomiglia, come due gocce d’acqua si assomigliano, a quello delle sinagoghe; dove in nome di Jhavè si afferma in tutta “umiltà” che gli ebrei sono il popolo eletto e i futuri signori della terra. Un linguaggio che naturalmente scivola dallo spirituale nel politico quasi senza avvedersene: per esempio così: “British-Israel invoca una politica britannica mondiale tendente ad una sistemazione del mondo 1 Vedi il capitolo precedente 15 attraverso le condizioni spirituali, economiche e politiche del Regno di Dio, per tutte le nazioni del genere umano”. Un linguaggio pieno, non diciamo di arroganza, ma di insopportabile presunzione quando così si esprime: “Esso (British-Israel) deve esercitare una profonda influenza sulle menti di tutti coloro che sono incaricati del compito di guidare i destini politici delle nazioni”. E se le nazioni non intendessero farsi guidare da Israel Britannico? Ebbene, questa obiezione è già scontata dai nostri contradditori. Mentre essi, invocando il dominio dell’Inghilterra sul mondo, sono gli umili servi di Dio, noi che ci rifiutiamo ad essere dominati siamo gli imperialisti recalcitranti. “L’idea di qualche sinistra influenza politica nei riguardi del manifesto è estremamente fantastica. Ma la stampa fascista è stata abbastanza perspicace (grazie!) da scorgere che se la verità di British-Israel un giorno colpisse l’immaginazione del popolo britannico, ciò significherebbe la fine di qualsiasi rinascita dell’Impero romano nell’estremità orientale del Mediterraneo”. Non soltanto questo, significherebbe; sarebbe l’abdicazione collettiva delle genti umane alla dignità e al decoro civile; sarebbe l’accettazione pecorile di una servitù fondata apparentemente sulla stravaganza di una setta, ma sostanzialmente sull’arroganza degli Inglesi. Non crediamo che “British-Israel” sia destinato a grandi fortune oltre i confini del mondo anglo-sassone. Per quanto questo movimento voglia distinguersi dagli Ebrei propriamente detti, discendenti di Giuda, potrebbe dagli Ebrei imparare che cosa significhi farsi i portatori di un imperialismo religioso. La sete di dominazione giudaica è all’origine delle sfortune degli Ebrei. Giudaica o israelitica, la sete è la stessa. Noi non seguiremo il “British-Israel” nella sua puerile ripartizione moderna delle tribù d’Israele; ci limiteremo a tenere in sospetto l’imperialismo con la Bibbia in mano. Anche se questa volta, per ingannare meglio gli ingenui, esso porta in una mano la Bibbia e nell’altra il Vangelo, adoperando Cristo come un profeta qualsiasi, al servizio dell’Impero inglese e del suo sempre crescente appetito; oggi indirizzato verso la Palestina. 16
IL PADRE PUTATIVO DEGLI INGLESI
La forza sbalorditiva – dice Hilaire Belloc nel suo Saggio sull’indole dell’Inghilterra contemporanea (questo saggio è uscito da poco in versione italiana ed è una traduzione opportuna; ottantacinque paginette utili, contro milioni di pagine inutili) – la forza sbalorditiva dell’influenza della Bibbia sull’Inghilterra, tanto profonda che la mentalità inglese ne è rimasta tutta penetrata, è derivata da un fattore speciale che solo quelli la cui lingua madre è l’inglese possono capire”. Ecco perché pochi, in Europa, riescono a capire la serietà di propositi e di intenzioni che si nasconde sotto l’apparenza ridicola della campagna per una identificazione tra Israele e la Gran Bretagna e per un riconoscimento della missione divina degli inglesi in Palestina. Ecco ancora qualche illuminazione di Belloc: “La Bibbia è oggi un elemento essenziale, di cui la stoffa di un inglese è intessuta. Essa ha certo sostenuto potentemente l’altra concezione protestante della superiorità della razza, portando grandi masse – in pratica, il grosso della nazione – a considerarsi un popolo scelto”. Dal popolo scelto al popolo eletto è breve il passo, quando un’interpretazione accorta dell’Antico Testamento aiuti. E allora non c’è più da ridere se, a proposito di Palestina, il movimento politico-religioso che fa capo al già citato National Message in una nuovissima pubblicazione è ora giunta in Italia, sentenzia in questo modo: “Il governo inglese deve convincersi che il potere della Gran Bretagna nel Vicino Oriente ebbe una divina sanzione; da ciò nascerebbe un nuovo senso messianico che darebbe la necessaria forza e fermezza alla politica ufficiale. Fu con Abramo, padre della razza britannica, che il patto venne concluso. Al tuo seme io ho dato questa terra, dal fiume dell’Egitto fino al grande fiume, il fiume Eufrate. Io darò a te, e al tuo seme dopo di te, tutta la terra di Canaan, in eterno possesso”. Queste bibliche ricerche di paternità fanno sorridere noi italiani, ma Belloc ci ammonisce di prenderle sul serio. L’inglese moderno – la lingua per mezzo della quale gli inglesi comunicano – è stato gettato e fissato nello stampo dell’Antico Testamento. Negli orribili dibattiti della Camera dei Comuni, che sono di un livello bassissimo, ricorrono incessantemente termini e frasi del Libro”. A questo si aggiunga, dice ancora Belloc, l’impressionabilità dell’anima emotiva degli inglesi, agitata dalle qualità letterarie della Bibbia. Aggiungiamo ancora, per conto nostro, la voracità della politica inglese, e quello che Belloc chiama lo spirito commerciale, base della stretta alleanza tra Israele e l’Inghilterra. Il dominio della Palestina è, in parte, un ritorno d’Israele alla terra promessa, in parte una presa di possesso del Vicino Oriente da parte della Gran Bretagna israelitica. Secondo il movimento che fa capo al National Message, la Palestina inglese deve diventare “la chiave di un gruppo di stati arabi che si opporrebbero come un solido blocco a qualsiasi aggressione dal nord o dal sud”. Qui siamo già lontani dalla Bibbia, ma dalla Bibbia siamo partiti. Ancora Belloc: “La posizione sicura e spesso dominante goduta dagli ebrei nella società inglese, la loro grande influenza in tutte le funzioni direttive di questa società, la grande mescolanza di sangue ebreo nella classe di governo, è attribuita dai critici stranieri ad una alleanza fra il popolo protestante e Israele perseguitato….. Ma consiste meno nella religione che nello spirito commerciale”. I due motivi si danno la mano. Una astuta interpretazione dei testi biblici cerca di dare un impulso religioso a un’azione che è fondamentalmente mercantile e affaristica; e che minaccia non soltanto il mondo arabo, ma il destino del vicino Oriente e l’equilibrio del Mediterraneo orientale, dove l’Italia ha tanti vitali interessi. 17 GLI EBREI BARANO
Quindi – disse il Signore – tu non sarai più chiamato Abramo (padre elevato), ma Abrahamo (padre di moltitudini), perché ti ho destinato a padre di molte genti”. Perché dunque il sedicente Abramo Levi, autore del libro “Noi Ebrei”, non si chiama Abrahamo, essendosi fatto padre di molte genti, secondo la vocazione biblica degli Abrami; di molte illegittime genti? “Noi Ebrei”, dice il titolo del libro; e, correndo all’indice, si enumerano le genti che il nostro Abramo ha messo sotto le sue bandiere; e si scopre metà della stampa italiana, Popolo d’Italia in testa; e una schiera di galantuomini che non si sono mai sognati di sacrificare a Jahvè; una moltitudine da fare invidia alla discendenza di Abrahamo. Questo è il più fresco saggio della furfanteria ebraica. Nelle scarse 24 pagine che il libro contiene di suo, il sedicente Levi stabilisce alcuni fatti di capitale importanza: che l’Unione delle Comunità israelitiche non fa politica; che gli ebrei isolati politicanti non contano; che un problema ebraico non esiste in Italia; che inventare problemi inesistenti non è bene. Chiuse disinvoltamente le sue brevi pagine, il Levi chiama a raccolta, come si è detto, la moltitudine che ha mobilitato sotto la bandiera di Israel; e la disinvoltura diventa arroganza quando ristampa, in suffragio della sua tesi un articolo del Popolo d’Italia (pagina 64) dove è testualmente detto. “Un problema esiste, e certo non può considerarsi risolto. Perché…..resta una notevole massa di ebrei che non escono dal loro chiuso ambito di razza….meritevole di attento controllo” (giugno 1937). Accanto al Popolo d’Italia, così chiaro e ammonitore, c’è, beninteso, l’ignoto e ignorante scribacchino che con sublime incoscienza afferma essere stato il sionismo “più che un elemento tendente ad una forma di nazionalismo di minoranza, un mezzo di orientare gli ebrei verso il Fascismo (sic!) combattendo con tutti i mezzi il bolscevismo”. L’autore di queste incredibili idiozie non merita d’esser nominato, meriterebbe una borsa di studio per i corsi serali dell’Associazione contro l’analfabetismo nel Mezzogiorno, essendo un meridionale. Ci sono poi tutti i giornali che hanno a suo tempo recensito il volume di Paolo Orano, nel quale la questione ebraica era impostata nel semplicistico modo che tutti sanno; sicché il Corriere della Sera s’accompagna con Israel, Rivoluzione fascista con L’idea sionistica, il Messaggero con La Nostra Bandiera, l’Evangelista con Regime Fascista. Un vero e proprio polpettone senza capo né coda, nel quale le affermazioni antisionistiche fanno il paio con le difese del sionismo del tipo già citato, e con le solite facili e banali affermazioni di generica italianità. Questo polpettone, così come Abramo Levi lo serve agli Italiani che, dei libri, leggono il titolo e l’indice. Ma un vero polpettone giudaico andava fatto con più larghezza di mezzi. Quando l’astuto Abramo ha voluto dimostrare che le Comunità israelitiche non fanno politica e che – essendo il presidente di dette Comunità nominato dal Governo e il Rabbino Capo scelto col tradimento del Regime – l’ebraismo ufficiale non è sospettabile, egli dimenticava di inserire nel suo polpettone alcune citazioni del Tevere, che avrebbero reso più gustoso il suo elaborato. Infatti, non gustoso il discorso del Rabbino Capo Davide Prato, pronunciato a Budapest qualche tempo fa1 e riprodotto dal Tevere? E, quanto all’apoliticità delle Comunità ebraiche, bastava riprendere dal numero del 18 gennaio 1934 di Israel queste indimenticabili dichiarazioni dell’avvocato Augusto Levi sull’ebraismo: “Chi crede di rendersi utile al paese assimilandosi completamente diventa in realtà 1 Vedi il capitolo: Così parlò il Rabbino. 18 un elemento improduttivo……”. E ancora riprendere la polemica fra ebrei che insorse in seguito appunto a queste enormità; riprodurre ciò che scrisse al Tevere l’avv. Giorgio Sacerdoti: “….il solo intento di far rifiorire in altra terra i valori spirituali ebraici, non può che sminuire il senso puro dell’italianità…. Mi auguro che le Comunità israelitiche sappiano alfine dimostrare, una volta per sempre, di essere veramente italiane e di poter perciò ben meritare della Patria….”. (Tevere, 24 febbraio 1934). Il problema sionistico non esiste? L’Abramo Levi crede di averlo seppellito con un paio di affermazioni generiche, come quel tale che voleva dimostrare di esser patriota esibendo un certificato di leva. Ma il Rabbino Capo Davide Prato se ne faceva a Budapest l’assertore, sacrificando i fiori della sua eloquenza al Profeta Hertzl. Ma ancora pochi anni or sono un gruppo di ebrei dissidenti (ecco i nomi: Ascoli Giuseppe, Fiorentini Sergio, Musatti Raimondo, Rossi Alberto) scriveva sui giornali di Roma: “noi sottoscritti invitiamo il Presidente dell’Unione delle Comunità israelitiche (quello stesso che Abramo Levi considera insospettabile) a voler chiarire pubblicamente, in modo preciso e categorico, come si arrivi ad ammettere che possa esistere un sentimento di vera e pura italianità là dove si manifestano aspirazioni verso un differente nazionalismo”. Mancano, nello zibaldone che stiamo esaminando, molte altre testimonianze. Così come si chiamano i più autorevoli fogli fascisti a dimostrare il contrario di ciò che hanno dimostrato, si potevano citare i più illustri testi sionistici a dimostrare l’inesistenza o l’innocuità del sionismo. Conosce il compilatore di “Noi Ebrei” un certo Max Nordau? Questi ebbe a scrivere: “Il sionismo politico è la conclusione logica di due premesse; l’esistenza della nazione ebraica e l’IMPOSSIBILITA’, PER ESSA, -provata dalla storia e dall’osservazione contemporanea – D’INTEGRARSI ONOREVOLMENTE NELLA VITA NAZIONALE DEI POPOLI”. Conosce un tale Albert Einstein? L’inventore della relatività dice testualmente: “Ma l’essenziale è che il sionismo affermi la dignità e la coscienza necessarie all’esistenza degli Ebrei della Dispersione e che crei, grazie al centro ebraico in Palestina, un legame potente che unisca gli Ebrei del mondo intero. IO HO SEMPRE AVVERTITO COME UN’INDEGNITA’ LA FEBBRE DI MIEI COLLEGHI”. Con queste testimonianze l’Abramo Levi avrebbe egregiamente dimostrato la verità del suo assioma: che un problema ebraico non esiste in Italia. E avrebbe ottenuto da Paolo Orano quel che egli e tutti i suoi pari esigono da noi fascisti: il silenzio, un silenzio complice. Il provvidenziale silenzio che accompagnava prima del Fascismo la dominazione ebraica in Italia; il silenzio nel quale, del resto, fino a ieri, un ebreo poteva far risuonare in lingua italiana queste sue nefande espressioni: Dieci milioni di Ebrei sentirono il peso dell’immane cataclisma (la guerra) e si mascherarono fra di loro in nome della Russia o della Romania, dell’Italia o della Francia, dell’Austria o dell’Inghilterra…… Ben crudele destino ha subito questo popolo!”. (Davar, 1934). Nefandezza o lealtà? Un linguaggio di questo genere non può tenerlo che colui il quale non abbia radici nel suolo della Patria che lo ospita, uno straniero. E stranieri gli ebrei si confessano, senza volerlo anche quando si dicono patrioti; come quel gruppo di anonimi giovani ebrei che ci ha scritto, con tono tra l’altezzoso e il prudente, dichiarando: “…probabilmente, noi resteremo sempre in Italia….”. Essi, gli Ebrei, considerano l’Italia come un albergo, come una stazione di transito; e se ne dichiarano, finora, soddisfatti. Ma….. l’anno prossimo, a Gerusalemme! Un problema ebraico esiste, in Italia; ed è, soprattutto, per noi italiani, un problema di conoscenza. Conoscere gli Ebrei – non certo attraverso le grossolane manipolazioni di un Levi – è giudicarli. Noi abbiamo giudicato da un pezzo questa “gente consacrata” alla quale è promessa “tutta la terra” ; e che, perciò, non ha patria. Noi crediamo che servano inconsciamente l’interesse ebraico quelli che ancora fanno 19
questione di sionismo. La questione è nettamente di razza: si tratta di sapere se l’ebreo PUO’ essere un italiano, non se DEVE esserlo. Che DEBBA esserlo non v’è dubbio, giacché la legge lo qualifica tale; e al momento opportuno egli deve indossare la sua brava uniforme e servire sotto la bandiera italiana. Ma PUO’ esserlo? Nella migliore delle ipotesi, il migliore degli ebrei, POTRA’ essere SEMPRE un buon italiano? E noi italiani di razza, di sangue, di religione – e con profondissime e saldissime radici nella nostra storia – potremo sentirci pari agli ebrei, la cui mistica è tutta fuori dei confini della patria che da qualche tempo l’ospita? Questo è, il problema ebraico.
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L’EBRAISMO E’ QUELLO CHE E’
Sul problema ebraico, sul suo attuale aspetto italiano, sulle sue possibili soluzioni, ci viene in soccorso la spregiudicata lettera di un ebreo1 che ha il merito d’impostare senza infingimenti il problema stesso. Gioverà tener presente questa lettera, poiché gli argomenti trattati e le affermazioni di principio che ne conseguono investono il centro del problema e chiariscono finalmente, fuor di ogni confusione polemica o deformazione interessata, le reciproche posizioni di fronte a dati di fatto irrefutabili. La soluzione integrale, secondo il nostro contradditore, non potrebbe esser data se non dalla “assimilazione totale quanto più rapida possibile”. O assimilazione, o separazione civile, dice il nostro corrispondente; e per separazione civile s’intende la limitazione nei diritti civili, quella limitazione che fatalmente e doverosamente porterebbe al Sionismo ad oltranza. L’assimilazione – che noi non abbiamo ancor visto, ma che il nostro contradditore dice esistente ed operante – porterebbe alla scomparsa degli Ebrei d’Italia. Gli ebrei d’Italia sarebbero capaci di scomparire senza rimorso, saprebbero assumere, di punto in bianco, rapidamente almeno, “con orgoglio pari a quello ebraico” la piena, assoluta italianità della carne e dello spirito. Fermiamoci a questo punto. In nome di chi parla, il nostro corrispondente? In nome di se stesso? Le sue affermazioni sono pregevoli, e come espressione di una sincera volontà individuale, accettabili. Noi possiamo ammettere – per quanto i biologi avanzino i loro dubbi sull’esito dei matrimoni misti fra razze assai diverse – possiamo ammettere che fra tre, quattro generazioni (il nostro contradditore ammette che non bastano, per un’assimilazione totale, né una né due generazioni) i discendenti di colui che fa del matrimonio misto una regola inviolabile non saranno più ebrei. Ma questo è il caso particolare di un ebreo che crede nell’assimilazione e si ripromette di offrirne i frutti ai suoi e ai nostri nipoti. Che cosa pensano, invece, oggi, dell’assimilazione i dirigenti delle Comunità israelitiche e, quindi, la massa degli Ebrei d’Italia; e come giudicano l’eventualità di un abbandono dell’orgoglio ebraico, di una dimissione delle qualità ebraiche, di una “cancellazione” del sangue ebraico? Abbiamo altra volta citato il pensiero inequivocabile di illustri ed ascoltati personaggi dell’ebraismo mondiale; e sarebbe ozioso ripetersi. E’ la volta di chiamare in causa, con le loro stesse parole, i rappresentanti “legali” dell’ebraismo italiano, gli interpreti autorevoli e autorizzati della volontà ebraica. Il nostro corrispondente ci consentirà di trovare più attendibili, come espressione del sentimento ebraico, queste testimonianze solenni anziché le sue spregiudicate affermazioni finora senza eco. Ecco qui un opuscolo, datato 5698, vale a dire 1937, intitolato “I rabbini d’Italia ai loro fratelli”, firmato da ben trenta rabbini o facenti funzione di rabbino o professori nei collegi rabbinici d’Italia. Sebbene l’elenco sia lungo, vogliamo citare tutti i nomi che lo compongono, perché sia ben chiaro che non si tratta di gente oscura, ma dell’aristocrazia del pensiero israelitico. Si va dal Rabbino Capo di Roma, Prato, a quello di Rodi, Isaia Sonne, attraverso tutto il rabbinato della penisola e delle colonie: Prato, Castelbolognesi, Artom, Breger, Calò, Disegni, Friedmann, Hasdà, Laide- Tedesco, Lattes, Leoni, Orvieto, Rocca, Schreiber, Sonne, Toaff, Ottolenghi, Albagli, Cassuto, Della Pergola, Friedenthal, Grünwald, Kahan, e ancora Lattes, Levi, Massiach, Pacifici, Rosenberg, Sagre e Zolli. Questi rabbini e maestri delle generazioni ebraiche, che cosa dicono ai 1 Lettera dell’ebreo avv. M. Fano al Direttore del Tevere, pubblicata a suo tempo testualmente sul Tevere. 21
loro fratelli? In primo luogo questo, che sembra una banalità, ma, al lume degli avvenimenti attuali, acquista un piccante sapore polemico: “Tutti sanno che noi ebrei siamo figli di ebrei che erano a loro volta figli di ebrei e che tutti insieme abbiamo una storia che cammina per il quarto millennio. Tutti sanno che questa storia non ha avuto e non ha soluzioni di continuità e che gli ebrei di oggi sono figli degli ebrei dei ghetti figli degli ebrei dispersi dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme che erano i discendenti di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, i discepoli di Mosè e di Aronne che hanno ricevuto ed accettato sul Sinai, difeso ed insegnato poi in ogni luogo, per secoli e per millenni, verità, comandamenti, riti, dottrine, insegnamenti che hanno fatto corpo con essi e con la loro storia e che insieme formano l’EBRAISMO. ESSO E’ QUELLO CHE E’. E’ STIRPE, è storia, è dottrina ed è coscienza di essi. L’ebraismo è quello che è; ed è stirpe; ma noi diremo, per intenderci, RAZZA. E infatti, poco più oltre, che cosa dicono i rabbini ai loro fratelli? Dicono questo, e adoperano un’altra significativa parola: “Conoscendo fedeltà al nostro SANGUE, alla nostra storia e alla nostra missione non veniamo meno a nessun altro nostro dovere”. Stirpe o razza, sangue e fedeltà al sangue; l’assimilazione è lontana. Ma dicono ancora di più e di più chiaro i rabbini ai loro fratelli, in questo anno 5698 o 1937-XVI della nostra era; parlano del “focolare”, anzi della “ricostruzione di una sede o stato per gli ebrei”; cioè parlano di una cosa che per il nostro contradditore non è se non la seconda ipotesi, l’ipotesi della ripugnanza all’assimilazione, l’ipotesi che conduce diritti alla discriminazione nei diritti civili o all’emigrazione (e se l’emigrazione non è volontaria, all’espulsione). Vogliamo citare un brano della lettera? “A questa soluzione (scomparsa degli ebrei attraverso i matrimoni misti) taluni ebrei non potrebbero opporre che la libertà di coscienza religiosa. Rispondo subito, senza esitare, che se la fede religiosa è tale e tanta da ostacolare la fusione matrimoniale di una quale che sia minoranza….. in questi casi la fede religiosa è per certo tale e tanta da sopportare, conseguentemente, qualsiasi limitazione civile. E’ evidente che per questi OBIETTORI DI COSCIENZA, e per questi soltanto, la discriminazione nei diritti civili, oppure l’emigrazione, sarebbero corollario inevitabile della loro obiezione e soltanto della loro obiezione”. Così dice un ebreo, ma così non dicono gli ebrei. Gli ebrei, coi loro rabbini alla testa, dicono il contrario; dicono che “nessuno ha il diritto di chiederci di essere infedeli proprio a noi stessi”; dicono che “conservando fedeltà al nostro sangue non veniamo meno a nessun altro nostro dovere”. Essi non sono dunque degli obiettori di coscienza, destinati all’emigrazione o all’espulsione, o alla limitazione nei diritti civili; sono arrogantemente fedeli a se stessi ed esigono il rispetto del loro ebraismo, il quale contempla “la ricostruzione di una sede o di uno stato per gli ebrei” con la “garanzia del diritto pubblico e SOTTO L’EGIDA DELLA SOCIETA’ DELLE NAZIONI”. Il rabbinato d’Italia, al lume della logica dell’isolato ebreo che ci ha scritto, sarebbe maturo per l’emigrazione o per l’espulsione in massa, o per un trasferimento d’ufficio sotto le spennacchiate ali della Società delle Nazioni. Ma per seppellire definitivamente, con le illusioni del nostro corrispondente, una parola equivoca che non ha avuto sostanza mai nel passato e ne dovrebbe avere in un futuro assai fantasioso, noi citeremo ancora un brano del messaggio rabbinico agli ebrei d’Italia; quel brano appunto in cui si parla dell’assimilazione e si allude al matrimonio misto a progressione crescente. “E voi giovani – esclama pateticamente il corpo dei rabbini d’Italia – e voi giovani, chiedete, come ne avete obbligo, la benedizione paterna, considerate con amore questi riti familiari di cui risentirete eco nostalgica fin negli anni più avanzati. Ed a suo tempo, cari giovani, ricreate SU BASI INTERAMENTE EBRAICHE LA VOSTRA NUOVA CASA, SENZA CEDERE A LUSINGHE DI ASSIMILAZIONE”. Questo è stampato, in tutte lettere, a pagina 12 dell’opuscolo intitolato “I rabbini d’Italia ai loro fratelli”, stampato nei “giorni solenni” del 5698, cioè di questo 1937. 22
Si tratta, dunque, di obiettori di coscienza? Di quegli ebrei che, nella lettera alla quale rispondiamo, sono abbandonati senza rimpianto alla discriminazione, o all’emigrazione? Ma allora il problema ebraico è risolto; non più nel futuro, ma nel presente; non parzialmente, ma radicalmente. Resta con noi soltanto un ebreo, l’assertore dell’assimilazione totale, la mosca bianca dell’ebraismo italiano, il nostro singolare corrispondente; con lui andremo a salutare i settantamila inassimilati e inassimilabili che, coi rabbini alla testa e un passaporto della Società delle Nazioni in tasca, muoveranno verso la frontiera, secondo la tradizione dell’ebraismo. L’ebraismo che – secondo i rabbini – E’ QUELLO CHE E’. 23
ISRAEL IGNORA ISRAEL
-Siete voi un buon italiano? Mi promettete di esserlo sempre? Sono queste le domande di una specie di catechismo fascista che si voleva proporre agli ebrei d’Italia; quasi che sia immaginabile un ebreo che risponda: -No, io sono un cattivo italiano; né posso impegnarmi per l’avvenire. Da che cosa nasce questa santa ingenuità, che ha annullato per lungo tempo ogni sforzo di chiarificazione del problema ebraico in Italia? Non diremo da che cosa nasce, ma diremo quando è apparsa. E’ apparsa col libro di Paolo Orano, libro che ha avuto una straordinaria fortuna in ambienti ebraici e su giornali che solitamente hanno in orrore la semplice discussione del problema ebraico. Questo libro – del quale non discuteremo né l’informazione né l’esposizione – ha aperto in Italia la grande cataratta dell’ingenuità. Si è finalmente scoperto, in Italia, che cos’è una questione ebraica e come va risolta. Si tratta appunto di fare ciò che in principio dicevamo: un catechismo, al quale gli ebrei rispondano con un sì o con un no, singolarmente o per comunità, subito o dopo matura riflessione: - Siete voi italiano? - Sì, per grazia di Israele. – Siete voi buono italiano? -Buonissimo, sulla fede del Talmud. – Sarete sempre italiano al cento per cento? – Dormite fra due guanciali!..... E la questione ebraica è risolta, secondo Paolo Orano e i suoi ammiratori. Infatti, fu lì lì per essere risolta: autorevoli personaggi ebrei, finalmente toccati dalla grazia, hanno “disconosciuto” il massimo organo ebraico di stampa, il settimanale “Israel” che è al suo ventiduesimo anno di vita dopo averne vissuti altri settantasei sotto il nome di “Corriere israelitico”; un giornale, che gli ebrei hanno tenuto in vita per circa un secolo, attraverso tutte le peripezie della vita politica italiana, leggendovi sempre che “…..mia è tutta la terra: ma voi sarete un reame di sacerdoti e una gente consacrata”. Ora questa gente consacrata, di punto in bianco, sconfessa il suo organo per testimoniare di essere puramente e semplicemente italiana; ma allora ieri, e ieri l’altro, e un anno fa e novantotto anni or sono…..non lo era? Sublime ingenuità dei catechisti d’italianità; se bastava una diffida a risolvere la questione ebraica, perché non farla prima? Perché tanto ritardo? Questi valentuomini israeliti, fino a ieri polemizzavano col “Tevere” difendendo “Israel”; eppure “Israel” non ha fatto oggi nulla di peggio di quel che face nel ’32 e nel ’34 e anche anteriormente, tutte le volte che noi gli davamo sulla voce. “Israel” pubblicava le cronache ebraiche dalle province, e noi le mettevamo in archivio, diligentemente; c’erano i più bei nomi dell’ebraismo che oggi si definisce italiano al cento per cento, e le sottoscrizioni e gli appelli e le lacrime e le espansioni e le invocazioni per Erez Israel non si contavano. Il giornale portava la sua divisa orgogliosa: “gente consacrata”; e, in parallelo con gli organi ebraici di fuori i confini, agitava i problemi di una patria che non era precisamente l’italiana, e di tutti gli avvenimenti e gli uomini del mondo dava la sua interpretazione ebraica, con soddisfazione ed edificazione di quella parte di “popolo eletto” che vive nella penisola tenendo d’occhio l’era messianica. Questo faceva “Israel”; valeva la pena di aspettare l’anno 5697 per disconoscerlo? E poi, che cosa significa questo “disconoscimento”? Da chi procede? Da un’autorità israelitica che abbia poteri per farlo? O da un gruppo di persone che ha interesse di farlo oggi? E, ancora: questo “disconoscimento” è ridicolo, giacché, in Italia, è il Regime che può sconfessare e annullare un’attività, non i privati che, in questo caso, vanno “ultra petita”. Come se la 24
propaganda sionistica (che è propaganda fondamentale religiosa) potesse essere annullata di colpo, con un “disconoscimento” di coloro che la facevano o la accettavano; come se la professione di italianità potesse essere una cosa conveniente oggi e non conveniente ieri, necessaria secondo il vento delle polemiche e gli umori politici. Non ci stavamo forse prestando a una sottilissima manovra ebraica? La classica ingenuità del non ebreo non avrebbe fatto il gioco degli ebrei, accettando una tesi veramente idiota per la soluzione di un grave problema, insoluto da duemila anni? Perché questa processione di ebrei dietro alla tesi di Paolo Orano? Da una parte, si agitano i rabbini: non toccate la religione ebraica. Dall’altra si muovono gli antirazzisti, che hanno orrore di una discussione zoologica; ohibò! In mezzo sta il catechista che risolve tutto con una professione di fede. – Ditemi, oh! Ditemi che siete dei buoni italiani, ma ditemelo sinceramente, una buona volta, correndo l’anno 5697! E il coro degli ebrei risponde: noi siamo italiani al cento per cento, tanto è vero che andiamo a sconfessare il nostro giornale. Oh, illusi noi, che credevamo la questione ebraica doversi porre e risolvere in maniera concreta con l’identificazione delle possibilità che uomini d’altra razza (di inassimilabile e inassimilata razza sedicente “consacrata” ed “eletta”) hanno di partecipare alla vita collettiva di una ben definita nazione, in un ben definito momento della sua affermazione politica. Noi credevamo che si dovesse, prendendo in esame la questione ebraica, procedere a una revisione di valori, giudizi, di tendenze, di orientamenti; a un severo controllo delle attività più delicate dello spirito, perché non risultassero più, come disgraziatamente oggi risultano, deformate e inquinate da una mentalità che è estranea, assolutamente estranea, alla nostra; e che sulla nostra si esercita con sottile ostinazione attraverso innumerevoli vie per debilitarla e disorientarla; in ogni caso, per adulterarla. Il dottor Chaim Weizmann, notabile sionista, dice che “la storia del popolo ebreo in Europa è una storia di adattamento buono o cattivo, abile o no, ma sempre una storia d’adattamento, di PENETRAZIONE IN UN ORGANISMO VIVO. Quando gli Ebrei erano poco numerosi, questa penetrazione si faceva senza dolore: quando gli Ebrei erano numerosi, non si faceva senza dolore: non senza dolore per gli Ebrei, e non senza dolore per gli altri”. Per gli italiani, basterebbe un interrogativo per farsi penetrare senza dolore? 25
DEMOCRAZIA = EBRAISMO
Un congresso ebraico si riuniva intanto a New York. Dal deputato inglese Wedgrood il congresso riceveva un telegramma così concepito: “Il mio più cordiale consenso all’American Jewish Congress che intende fondare il fronte democratico del giudaismo universale per la difesa dei diritti dell’uomo. La sorte della democrazia e la lotta per i diritti del popolo ebraico trionferanno o cadranno contemporaneamente. L’unione degli uomini fautori del progresso assicura la vittoria”. Questo telegramma dice tutto. Gli ebrei d’America dicono di voler organizzare il fronte unico dell’ebraismo universale, agitando lo spauracchio dei regimi autoritari dei quali “sono vittime designate cinque milioni di ebrei d’Europa”. Ma poiché l’ebreo ama combattere sempre per interposta persona, ecco che il congresso americano intende confondere in una sola le due cause dell’ebraismo e della democrazia. Fronte unico degli ebrei e fronte unico degli ebrei e dei democratici. Essendosi delineato un conflitto, finora puramente ideologico, tra i regimi autoritari e le cosiddette democrazie, l’ebraismo si colloca alle spalle della democrazia nella speranza di parare i colpi e di arrivare incolume alla conclusione. Ecco dunque la necessità di riaffermare l’identità tra ebraismo e democrazia; ed ecco il motivo del congresso. E’ un peccato che la stampa ebraica sia trascurata in Italia dai non ebrei. Qualcuno di noi legge i settimanali che si stampano nel regno; ma non si tratta di questi foglietti ammaestrati. La stampa ebraica che ci può efficacemente illuminare sul problema ebraico e sulle vere intenzioni degli ebrei è quella che si pubblica oltre i confini, nei paesi in cui gli ebrei godono della più larga impunità. L’impunità diventa presto sincerità e la sincerità arroganza. E’ allora che si apprende come l’ebraismo non intenda disarmare di fronte ai nuovi regimi nazionali sorti in Europa, come anzi voglia organizzarsi per una guerra senza quartiere, in ogni parte del mondo, sotto i colori della democrazia, per ingannare ancora quei pochi idioti che nella democrazia credono. Se non vivessimo in un tempo in cui ogni concezione vecchia ed antiquata deve esser riveduta – così dice uno di questi fogli ebraici dell’Europa orientale, il Nepünk – potremmo anche rimanere nei limiti di una pacifica comunità religiosa. Ma così potrebbe parlare soltanto un ebreo arretrato con le idee di prima del 1914; non un ebreo di oggi. L’ebreo di oggi pensa, col Congresso ebraico americano, che giudaismo e democrazia sono sostanzialmente la stessa cosa. Sia data lode agli ebrei americani che hanno manifestato apertamente la necessità per gli ebrei di tutto il mondo di serrare le file a difesa delle idee democratiche. Soltanto la democrazia può salvare gli ebrei, in particolare i cinque milioni di ebrei dispersi in Europa. “Noi non vogliamo saperne – conclude il Nepünk, cioè “La nostra gente” – non vogliamo saperne di regimi autoritari. Noi siamo i più profondi interpreti della democrazia e dobbiamo anche esserne i più autentici araldi. Hanno fatto bene gli ebrei di New York ad affermare apertamente che i cinque milioni di ebrei d’Europa, minacciati dai Fascismi, hanno una sola salvezza: la lotta aperta per la democrazia vera ed universale”. Se c’è ancora qualcuno che non è ben persuaso della fondamentale avversione ebraica per i regimi sorti da una riaffermazione dei valori nazionali, costui faccia un passo avanti. Gli daremo da leggere e da mandare a memoria la cronaca di queste innumerevoli adunanze giudaiche, in cui il volto dell’antifascismo si confonde con quello d’Israele, per fare una sola maschera democratica, destinata a precipitare il mondo in una nuova tragedia. La democrazia ha scatenato la forza disgregatrice dell’ebraismo, e l’ebraismo insorge in difesa della democrazia. “Noi non 26
chiediamo – dicono ancora gli ebrei del Nepünk; e, bontà loro, sono modesti! – noi non chiediamo le loro terre né i loro valori statali; chiediamo solamente il posto al sole. Ma per assicurarsi tale modesto diritto è necessario che la democrazia universale trionfi sulla reazione e sui sistemi autoritari”. L’ebraismo difende se stesso nella democrazia. Dietro i logori luoghi comuni che sentiamo ripetere, con monotona ostinazione, in Inghilterra e in America, in Francia e in Cecoslovacchia, dovunque l’ebraismo ha in mano le leve di comando dei regimi detti democratici, c’è l’arrogante proposito del popolo eletto: “mia è tutta la terra”. La democrazia semina, Israele raccoglie. Il giorno in cui la democrazia trionfasse dei regimi nazionali, la dominazione ebraica sul mondo sarebbe un fatto compiuto; irrevocabile, se non con la violenza della disperazione. 27
GLI EBREI IN ITALIA
Con la nota n.14 della Informazione Diplomatica la questione degli ebrei in Italia viene posta e definita ufficialmente, fuori dalle polemiche giornalistiche che l’hanno, e non invano, sviscerata. Le polemiche giornalistiche, che la nota dell’Informazione convalida apertamente là dove dice che esse sono suscitate “dal fatto che le correnti dell’antifascismo mondiale fanno REGOLARMENTE capo ad elementi ebraici”, hanno avuto il merito di porre davanti all’opinione pubblica i crudi termini di un problema che la maggior parte degli italiani ignorava e che buona parte dei fascisti trascurava. Contrariamente, dunque, a quanto hanno detto e dicono alcuni giornali d’oltre confine e d’America, la polemica antiebraica, in Italia, non meritava né di essere sottovalutata né sopravalutata; ma da chi avesse un minimo di buon senso avrebbe dovuto esser considerata per quello che era, cioè per una diagnosi coraggiosa e rigorosa, accompagnata da prognosi riservata. A questo punto, mentre la stampa straniera farnetica di sviluppi o di battute d’arresto, a seconda del gusto particolare di ogni foglio, interviene la presa di posizione dei circoli responsabili, la quale è una presa di posizione nettamente politica. Primo punto: si identificano le correnti dell’antifascismo mondiale con l’ebraismo. Secondo punto: si auspica la creazione – non in Palestina – di uno stato ebraico, capace di rappresentare legalmente le masse ebraiche disperse nei diversi paesi. Il che vuol dire che l’ebreo è da considerare straniero in attesa di sistemazione nazionale definitiva e soddisfacente, per lui e per chi lo ospita. Terzo punto: si stabilisce – finalmente! – sulla base delle eloquenti cifre, una proporzione tra ebrei e italiani, e si sottolinea l’inammissibilità delle sproporzioni. In altri termini, appunto perché in Italia gli ebrei non si contano a milioni, ma costituiscono una esigua minoranza, il rapporto da esigua e trascurabile minoranza a maggioranza schiacciante deve essere sempre rispettato e restaurato ove più non lo fosse. Questo rapporto numerico è scandalosamente violato. Il libro del prof. Livio Livi sugli Ebrei alla luce della statistica, per quanto bisognoso di aggiornamenti, fa ancora testo; noi ci siamo riferiti a questo studio per affermare che il rapporto è stato violato, e che la violazione è inammissibile. Quarto punto: niente abiure religiose o assimilazioni artificiose; vale a dire che la questione ebraica è sottratta all’alibi religioso che molti ricercano, per suscitare pietà, solidarietà e scandalo; e viene sottratta anche la manovra assimilazionistica, anche questa da respingere nettamente col conforto dell’esperienza storica e della precisa testimonianza dell’ebraismo. L’assimilazione non è voluta dagli ebrei, non è desiderata dal Governo fascista; non risolverebbe il problema, come non lo ha risolto lungo i millenni; non è suggerita che per rinviare alle generazioni future un problema presente. Quinto punto: gli ebrei venuti di recente nel nostro paese. Questo è un aspetto apparentemente parziale del problema, ma è, in sostanza, tutto il problema. Nei nostri confronti, e alla luce della storia d’Italia, tutti gli ebrei sono venuti di recente. E’ venuto assai di recente l’ebreo fuggitivo dalla Germania e meno di recente l’ebreo calato dalla Galizia; ma tutti sono ospiti recenti di fronte all’antica razza italiana, padrona della sua casa. Si pensi al banchiere Toeplitz, fino a prima del Fascismo arbitro della vita economica dell’Italia; i necrologi or ora pubblicati hanno appreso agli italiani che egli era cittadino italiano soltanto dal 1895; il suo diritto a dirsi nostro pari 28
e ad agire in conseguenza non aveva cinquanta anni; un po’ troppo “recente” per l’attività che riusciva a svolgere. Il Governo fascista ha dunque posto con chiarezza e decisione il problema degli ebrei che vivono in Italia. I 44 milioni di Italiani sanno che cosa pensare e che cosa attendersi dalle 70 mila unità ebraiche che il paese ospita. 29
CONFUSIONE DELLE RAZZE E DELLE LINGUE
Un giornale di Roma, cattolico, con un coraggio che non può dirsi leonino – come ora si vedrà – ma certamente asinino, si giova di certi risultati oratorii ottenuti in alcuni congressi internazionali – Congresso d’antropologia del luglio 1937, svoltosi, sentite un po’, alla presenza di “Albert Lebrun, presidente della Repubblica francese” (segni d’attenzione); e Congresso degli eugenisti, tenuto ancora a Parigi nel ’37 – per respingere il razzismo….germanico, per definire la cosiddetta “nuova teoria” come “cervellotica e fallace”. Si badi bene: il razzismo germanico. Di quello italiano quel giornale ha parlato qualche anno fa per bocca di un prete loquace, ma improvvisamente ammutolito, quando gli fu detto che la dimostrazione dell’ insuperabile diversità di razza era dimostrata dall’esistenza di lui somaro, operante in mezzo agli uomini per mimetismo antropomorfico. Tant’è, il giornale cattolico non ama il razzismo….germanico, e se ne appella al Congresso che la presenza del presidente della Repubblica francese ha certamente reso, per un cattolico, attendibile. Ma si appella anche a un professore italiano, che partecipò un anno fa al Congresso delle Società latine (sic) di eugenia, e vi pronunziò alcune sentenze degne di storia. Si tratta, se permettete che si facciano nomi, del prof. Corrado Gini, meglio conosciuto come cultore di statistica che non come pilastro dell’eugenica. Il professore Gini, dice il giornale cattolico che ne fa uno dei suoi testi, avrebbe detto che “l’etnografia del Reich, come anche quella dell’Italia, palesa un apporto di razze le più varie e le più lontane”. Questa affermazione si presta a varie considerazioni. Intanto si può domandare al giornale chi gli ha fornito la citazione, se non il gentile professore Gini in persona, giacché di quel Congresso e delle memorabili parole pronunciatevi dal Gini c’è traccia assai sommaria nella Revue antropologique del gennaio-marzo 1938, con queste diverse parole: interviene il “signor prof. Gini (il quale) opina che è necessario porre i problemi demografici sotto il loro aspetto particolare e che è interessante discutere i problemi eugenici indipendentemente dai pregiudizi razzistici”. Questo è tutto; è poiché il detto prof. Gini rispondeva a un discorso del presidente del Congresso, Apert, secondo il quale “l’applicazione delle conoscenze acquistate in Eugenica varietà secondo lo stato di civiltà, il modo di governo, le abitudini, le concezioni sociali; non è più una scienza ma un’arte, che dipende dall’arte di governare”, accettiamo la versione artistica di questo Congresso e l’arte di respingere senza discussione i “pregiudizi”, arte nella quale, come tutti sanno, il professore Corrado Gini eccelle per motivi suoi particolari. Ma l’arte non è la scienza, e il giornale cattolico cerca più solide referenze. Infatti, è la scienza che alla fine viene chiamata in soccorso, una scienza, se volete, sui generis, giacché è la “Gaia scienza” di Nietzsche; ma non importa. E assistiamo all’incredibile trovata di un giornale cattolico che fa suoi i testi di Nietzsche per combattere il razzismo….germanico, nella certezza che i suoi lettori, non conoscendo neppure per prossimo lo scrittore citato, lo prenderanno per uno dei Dottori della Chiesa, o almeno per uno dei predicatori quaresimalisti. Dice Nietzsche nel brano citato che egli non si sente né umanitario (gli si può prestar fede) né abbastanza nazionalista, e che preferisce vivere sulle montagne ed essere “inattuale”. La testimonianza di Nietzsche, è come voi vedete, capitale; e il giornale cattolico potrebbe farsi iniziatore di un processo per la beatificazione del teorico del Superuomo e nemico della morale cristiana e del cristianesimo, tanto il razzismo urge alle porte e l’esercito degli antirazzisti ha bisogno di truppe. Al di là del 30
Bene e del Male, con Zarathustra, Corrado Gini e il presidente Lebrun, contro il razzismo….germanico, per la confusione delle razze e delle lingue, avanti, in nome di Dio!....(…Ma è proibito pronunciare il nome di Dio invano.) 31
ERA TEMPO
A un certo punto della polemica sul razzismo fu detto che, sbaragliati gli avversari in buona e in mala fede, affermata polemicamente la necessità di un razzismo italiano, chiariti i primi principii di una dottrina razziale, la parola passava di diritto alla scienza. Gli studiosi fascisti avevano il diritto e il dovere di chiarire scientificamente i concetti fino ad allora volgarizzati sui giornali in contraddittorio con gli assertori della confusione biologica e con gli interessati al meticciato; gli studiosi fascisti non potevano trascurare più oltre l’esame e la soluzione di un problema che necessità politiche e sociali avevano portato al primo piano dell’attenzione nazionale e internazionale. Il silenzio della scienza – diremo così, ufficiale – poteva sembrare sospetto. Ci sono, nell’insegnamento universitario, bene identificate correnti che negano l’impostazione del problema razziale nei termini che ai nostri lettori sono ormai familiari; non solo, ma si oppongono, in base a teorie scientificamente claudicanti, avvolarate soltanto dal….....…………………………… 32
EBREI, RAZZA E CULTURA
La constatazione che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana” ha una portata duplice: biologica e culturale. Biologica in quanto, accompagnandosi con la volontà decisa di salvaguardare la pura razza italiana da incroci con razza extraeuropee che ne debiliterebbero i caratteri, la questione dell’assimilazione ebraica – del resto sempre respinta dagli ebrei in nome della loro legge politico-morale – viene nettamente respinta senza discussione. Noi non assimileremo ebrei, attraverso matrimoni misti, più di quanti finora non ne abbiano assimilati. Noi ci difenderemo da quella esigua frazione dell’ebraismo che vuole conquistare le altre nazioni addirittura attraverso il sangue. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana; gli ebrei appartengono a una razza extraeuropea; l’incrocio con razze extraeuropee è pernicioso e perciò inammissibile. Di queste conclusioni razzistiche – dirà qualcuno – che ne pensano gli ebrei? Gli ebrei consentono. Gli ebrei consentono da millenni, e consentono anche oggi. Essi si dichiarano razza distinta dalle altre (e in più eletta, il che è certamente discutibile), e desiderano rimaner distinti dalle razze con le quali, ahimè, convivono. Dicono i Rabbini d’Italia, in un opuscolo già da noi altre volte citato1 “Conservando fedeltà al nostro SANGUE, alla nostra storia e alla nostra missione non veniamo meno a nessun altro nostro dovere (pag.15)”. E più oltre ancora, con una nota patetica, il corpo rabbinico impetra dai giovani ebrei la non assimilazione, il mantenimento della purezza del sangue ebraico, l’isolamento più assoluto in seno alle popolazioni che ospitano gli ebrei, la mentalità del ghetto, il quadrimillenario razzismo di questa gente: “Ed a suo tempo (pag.16) ricreate su basi interamente ebraiche la vostra nuova casa, SENZA CEDERE A LUSINGHE D’ASSIMILAZIONE. L’antico sciofàr risuona perché restiate ebrei, per chiamarvi alla vita, perché abbiate a salvare voi stessi ed i vostri figli, NON PERCHE’ CORRIATE ALL’ANNIENTAMENTO”. Ebbene, tali restino i nostri ospiti, e la situazione sarà ancora più chiara. Non saremo costretti a chiedere un censimento rigoroso degli ebrei e dei mezzi ebrei e dei quarti d’ebrei per vedere fino a che punto Israele è penetrato nel vivo della compagine nazionale. Ebrei, non italiani, hanno voluto rimanere ebrei per quattromila anni, vogliano rimanere ebrei anche oggi, anche nell’avvenire. Stranieri, dunque, stranieri in casa di altri. E stranieri che, se non amano, anzi temono come annientamento l’assimilazione, sono a loro volta da evitare come elementi perniciosi alla purezza della razza che li ospita. Essi respingono l’assimilazione, noi respingiamo l’assorbimento; le leggi biologiche dicono chiaramente che cosa è l’ibridismo. Siamo dunque perfettamente d’accordo, in linea di principio, anche con gli ebrei; una barriera di razza ci divide; insuperabile. E allora? E allora l’ebreo al suo posto, e noi al nostro. Il razzismo italiano difenderà la pura razza italiana da ogni soperchieria. Dalla biologia, passiamo alla cultura. Il fenomeno ebraico, in Italia, ebbe il carattere di rapida presa di possesso degli strumenti della cultura. Quando la nostra cultura si sia ebraizzata, per opera del controllo ebraico, sarà studiato altra volta; si può dire senza tema di smentita che il distacco dalle tradizioni del genio particolare dell’Italia, l’adesione a forme e mode di cultura europeistica, l’abbandono di ogni contatto con le radici popolari dell’arte, le scandalose affermazioni di un’arte senza caratteri nazionali – musica, pittura e architettura – sono il velenoso 1 Vedi il capitolo: L’ebraismo è quello che è. 33
frutto dell’influenza ebraica sulla vita intellettuale italiana. La insurrezione continua, ostinata e violenta di pochi contro gli internazionalismi artistici non rispondeva che alle necessità di contenere prima e distruggere poi l’inquinamento giudaico della nostra intelligenza. Si è visto con orrore qualche giovane non rendersi conto di questa minaccia e parteggiare incoscientemente “per l’arte senza confini” per l’arte che non ritaglia i suoi figurini sulla carta politica di una nazione. Disgraziato! Come se l’arte potesse vivere senza radici nel paese che la vede nascere ed affermarsi, come se si potesse fare astrazione dal genio della razza nella vera creazione artistica! Abbiamo anche udito pronunciare compiacenti teorie di stantio sapor liberale circa i rapporti tra arte e politica; come se la politica fascista fosse una politica e non fosse la politica, l’unica politica ammissibile per la nazione italiana, non fosse il metodo della nazione italiana per riconoscersi, affermarsi, trionfare. La cultura italiana è fortemente ebraizzata; bisogna disintossicarla. La vita universitaria è nettamente dominata dagli ebrei. Non basta liberarsi da questi, occorre rivedere tutto l’ordinamento che essi hanno imposto agli studi, con il proposito di modificare la vera natura dell’Italia. L’invasione ebraica si giova delle più impensate vie per raggiungere i suoi fini; si serve della letteratura, del teatro, del cinema, delle esposizioni, dei concerti, della carta stampata in genere per alterare i caratteri della razza, per modificarne gli attributi virili e dominarla. Come altezzosamente confessava Heine, anche la conversazione può servire: il battesimo era per Heine “UN BIGLIETTO D’INGRESSO CHE APRE LA PORTA DELLA CULTURA EUROPEA”. Ora noi non abbiamo bisogno di spirito ebraico nella nostra cultura; e chiudiamo la porta agli indesiderati ospiti perché vogliamo restare noi stessi. E dopo aver chiuso la porta, occorre rimetter l’ordine nella casa che ha subìto fino a ieri, con buona grazia, l’invasione. L’ordine; secondo il genio nazionale italiano, secondo un esclusivismo più alto di quello ebraico, secondo il costume nostro che il Fascismo proclama e difende. 34
ROMA E GLI EBREI
L’antisemitismo – dice qualcuno – è inammissibile. E’ una stupidità, o una crudeltà, o le due cose insieme. Le persecuzioni antisemitiche (meglio si direbbe antiebraiche, per non confondere gli ebrei con altri popoli estranei alla contese) sono testimonianze di inciviltà e di stoltezza; non c’è argomento che possa servire a difenderle. La questione dell’antisemitismo è antica come i semiti; e non saremo noi a rintracciarne la storia. Ripeteremo soltanto con l’ebreo Bernard Lazare – autore della più completa e imparziale storia dell’antisemitismo – queste significative parole: “Mi è parso che un’opinione così universale come l’antisemitismo, fiorita in tutti i luoghi e in tutti i tempi, prima dell’era cristiana e dopo, ad Alessandria, a Roma e ad Antiochia, in Arabia e in Persia, nell’Europa nel Medioevo e nell’Europa moderna, in una parola in tutte le parti del mondo ove ci sono stati o ci sono degli ebrei, mi è parso che una tale opinione non poteva essere il risultato di una fantasia e di un capriccio perpetuo, e che il suo sorgere e il suo permanere dovevano avere ragioni serie e profonde”. Abbiamo citato un ebreo, e un’opera universalmente considerata attendibile, per rimanere sul terreno dell’imparzialità scrupolosa. Dunque, secondo un ebreo che ama e difende gli ebrei, l’antisemitismo non è né una stupidità né una crudeltà né una vigliaccheria, ma un’opinione universale; e un’opinione che ha le sue serie e profonde ragioni. Basta infatti tener presente la storia millenaria degli ebrei per intendere che una ragione, o mille ragioni, ci devono essere per giustificare un’avversione antiebraica così insuperabile. A noi interessa, particolarmente, il rapporto tra Roma e gli ebrei. Non si dirà che Roma – la Roma dei Cesari e quella dei Papi – sia un’affermazione della stoltezza umana. Eppure l’antisemitismo fiorì in Roma non appena l’ebreo vi apparve; e vi durò, con intensità varia, col durarvi degli ebrei. Dice ancora l’ebreo Lazare, nel citato suo studio: L’ebreo è in sociabile. Egli è in sociabile perché esclusivista, e il suo esclusivismo è insieme politico e religioso, o, per meglio dire, appartiene al suo culto politico-religioso, alla sua legge”. Con questo si spiega l’antisemitismo, ma si spiegano anche le brevi parentesi di tolleranza. Perché è bene subito parlare di queste, allo scopo di sbarazzare il terreno dalle maliziose obiezioni degli ebrei che si rifanno a questo o a quell’imperatore, a questo o a quel papa dimostratisi benevoli con gli ebrei, nel corso della lunga storia dell’antisemitismo universale. Non fu benevolenza; fu debolezza, quando non fu calcolo. E queste brevi parentesi di tolleranza non fanno che annunziare una nuova fiammata di avversione e nuove repressioni. Gli ebrei costituiscono a Roma, nei primi anni dell’era cristiana, un’agglomerazione considerevole. L’ebreo Bernard Lazare dice che essi erano “molto turbolenti e temibili”. Ma già Cicerone, 58 anni avanti Cristo, nella sua orazione Pro Flacco, aveva detto ai suoi ascoltatori: “Voi sapete quanto la loro moltitudine è considerevole, come essi sono uniti, come essi influenzino le nostre assemblee.” La tolleranza dei primi tramonta; affiora in Roma, che non l’aveva ancora conosciuta, l’avversione antiebraica. La condanna degli ebrei è pronunciata da Ovidio, da Petronio e da Tacito, da Svetonio e da Giovenale; anche Plinio e Seneca non risparmiano quegli stranieri. Si tratta di gente incivile, di fanatici o di stolti? E cominciano le azioni repressive. Una prima espulsione parziale sarebbe stata ordinata, in occasione dell’arrivo di una ambasceria dei Maccabei, prima ancora che Tiberio avesse pensato di confinare circa quattromila ebrei in Sardegna, “per farli perire colà” dice il dott. Blustein – ebreo 35
– nel suo studio sugli Ebrei in Roma. Caligola, Domiziano, Antonino il Pio si videro costretti a limitare i privilegi degli ebrei. Claudio li mise addirittura alla porta; secondo Svetonio “Claudio ha espulso gli ebrei i quali, istigati da un certo Cresto, provocarono continui disordini nella città”. Di questo passo si va avanti per tutta la storia romana, seguendo le fasi che uno studioso dell’antisemitismo ha dedotto da un’osservazione intelligente dei fatti ebraici: simpatia, tolleranza, odio, ostilità, repressione. (Il prof. Siegfried Passarge, dell’Università di Amburgo, nel suo libro sugli ebrei, ha constatato l’esistenza di cicli nell’attitudine dei non-ebrei verso gli ebrei; di tali cicli ecco lo sviluppo: PRIMA TAPPA – Installazione. Gli ebrei arrivano in un paese i cui abitanti non hanno alcun pregiudizio a loro riguardo. Li si accoglie più o meno festosamente. Nell’antichità e fino al XVII secolo, si era spesso felici di accoglierli. SECONDA TAPPA – Affermazione. Gli ebrei sono tollerati o godono di un trattamento di favore, e così consolidano la loro situazione. TERZA TAPPA – Apogeo. Gli ebrei si distinguono per la loro ricchezza e per il loro credito. In taluni ceti del popolo un sentimento di malessere, d’invidia e di odio comincia a nascere. QUARTA TAPPA – Resistenza. Si entra in un periodo di assalti e di lotte alternati con periodi di calma. L’irritazione del popolo è generalmente contenuta dal clero e dal governo. QUINTA TAPPA – Ostilità aperta. Il popolo, esasperato, rompe ogni ostacolo e massacra gli ebrei. Oppure l’autorità previene il massacro espellendo gli ebrei. Il ciclo ricomincia in un altro paese.) Ma arrivano i Papi; la Chiesa che prega per la conversione dei giudei; che non fa distinzione di razza, ma di fede, che divide con gli ebrei i testi sacri della sua dottrina. Che fanno i Papi contro gli ebrei in Roma? Ecco un breve excursus di antisemitismo cattolico. Il papa Silvestro ingiuria gli ebrei; Sant’Agostino li chiama falsari; altri Santi consigliano di odiare gli ebrei; San Giovanni Crisostomo li chiama ignoranti, miserabili e atti soltanto al male. Lasciamo i Santi, parliamo dei Papi. “I Sovrani Pontifici – scrive un altro ebreo, Emanuele Rodocanachi, nel volume “Le Saint Siège et les juifs” – avevano un bell’ordinare, regolamentare, legiferare; dopo pochissimi anni, gli ebrei riprendevano insensibilmente le loro antiche pratiche, trafficavano come prima, si mescolavano ai cristiani e spesso trovavano modo di eludere le nuove esigenze del fisco. Nulla stancava la loro perseveranza. La frequenza delle ordinanze che li concernono prova la loro scarsa efficacia”. Forse anticipando la scoperta dell’illustre difensore della fede Maritain, i Papi pensavano che gli ebrei non fossero una razza in senso biologico, ma un “corpus mysticum”, da addomesticare convenientemente. Così si spiegano i privilegi accordati da qualche Pontefice alla comunità ebraica di Roma, e l’immediata corsa ai ripari con severa stretta di freni. Paolo IV sopprime le concessioni fatte da Paolo III; Pio IV rincara la dose. “Il 15 luglio 1555 Paolo IV pubblicava la sua famosa e severissima costituzione sugli ebrei…. Fin dal 24 luglio, il Vescovo d’Istria, Vicario Generale di Roma e incaricato di applicare l’ordinanza del Sovrano Pontefice, ne faceva affiggere il contenuto….sulle principali piazze della città; e l’indomani…tutti gli ebrei venivano rinchiusi in una strada. Si costruì immediatamente attorno alla cinta riservata agli ebrei, per isolarla completamente, un’alta e spessa muraglia, interrotta soltanto da due porte…” (Rodocanachi, op. cit.) Comincia l’obbligo, per gli ebrei, di farsi riconoscere a mezzo del vestito. “L’articolo terzo (dell’ordinanza di Paolo IV) istituiva, per gli ebrei, l’obbligo di portare un segno distintivo. Per le donne ebraiche il segno distintivo (un drappo giallo) era uguale a quello delle prostitute; con cui avevano in comune anche la giurisdizione, le pene, il luogo di sepoltura, la proibizione di mascherarsi in carnevale. Si proibiva inoltre agli ebrei di lasciarsi chiamare “signore”. Ogni industria, ogni commercio, tranne quello degli stracci vecchi e dei ferri vecchi, è proibito agli ebrei, e l’ordinanza del Vescovo d’Ischia specifica che essi si asterranno assolutamente dal 36
trafficare sui grani, gli orzi, i frumenti, gli olii e altri oggetti necessari all’alimentazione”. (Rodocanachi, op. cit.) Dopo il 1572 si cercò, con le buone maniere. Di sopprimere gli ebrei convertendoli: “Un domenicano commentava al lume della liturgia cattolica un passo dell’Antico Testamento: e quando un disgraziato ascoltatore dimostrava di esser preso dal sonno, la sua attenzione veniva svegliata a |